L'Amerika che mi piace

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Non sono mai stato un detrattore dell'America, degli Stati Uniti.

Ne ho sempre riconosciuto e denunciato gli errori, anche gravissimi, dalle guerre imperialiste del passato, alla recentissima sindrome da Grande Fratello che non risparmia neppure gli alleati, questo sì.

Ma detrattore mai. Anzi l'America è un grande Paese che ammiro, un Paese di profonda libertà e democrazia, anche se, a volte - spesso, potrebbe affermare qualcuno -, tradita e umiliata.

Un Paese che nella sua Dichiarazione d'indipendenza, scritta ben più di due secoli fa, sanciva il "DIRITTO ALLA FELICITÁ". Non so se mi spiego!

Un Paese senza il cui apporto, pesante di figli e di sangue, l'Europa sarebbe stata distrutta dal giogo e dalla follia delle dittature nazi-fasciste. Anche questo è giusto ricordare.

Certo, poi c'è la guerra in Vietnam, i coinvolgimenti nelle tante dittature sudamericane - la fine di Allende e Che Guevara -, ma anche, guardando al loro interno, un razzismo durato a lungo, troppo - ora, però, hanno un Presidente di colore -, una società dalle profonde diseguaglianze - anche se, ora, diminuiscono rispetto ad altri paesi - ed eccessivamente assoggettata al dio denaro.

Però, ieri, a New York un italo-americano, sicuramente di sinistra - se usassimo le nostre classificazioni - o progressista, come dice lui, con una moglie afro-americana - e non potete immaginare quanto, ancora oggi, anche se magari non a New York, i matrimoni misti siano una scelta coraggiosa - attivista dei diritti civili e, per giunta, con una dichiarazione, proprio per far valere tali diritti, di essere lesbica, un public advocate, qualcosa di simile a un difensore civico, parlando di lavoro, di uguaglianza, di asili nido, di salario minimo garantito ha vinto le elezioni cittadine.

E le ha vinte con una percentuale altissima, del 73%. Significa che ha preso voti, non solo a Brooklyn o nei quartieri getto, ma anche nei sobborghi ricchi e a Manhattan. E questo dopo anni di una società cittadina anestetizzata da dieci anni di amministrazione del sindaco miliardario Bloomberg.

Questo è il dato importante. Che c'è un'America che, non solo vuole cambiare, ma anche il coraggio e la capacità di provare a farlo. Da noi c'è, c'è stata o ci sarà?

Nel discorso di ringraziamento, Bill De Blasio, ripercorrendo i punti della sua agenda progressista, ha fatto un'affermazione - in parte anche in spagnolo -, ha detto che occorreva cominciare a camminare come una sola città e che «la nostra città non deve lasciare nessuno indietro».

A me ha ricordato molto il Nenni de «il socialismo è portare avanti tutti quelli che sono nati indietro».

Questa è l'America - senza la k - che mi piace.

Pier