Della legge elettorale e altre carabattole

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L'ho detto, ridetto e continuerò a ribadirlo sempre: il dibattitto sulla legge elettorale non mi entusiasma.

Almeno, non mi entusiasma così come lo stiamo vivendo, come dibattito a sé stante. Come se il cambiamento della politica passasse solo da lì e non, invece, da una profonda modifica del sistema istituzionale e della politica stessa, di cui la legge elettorale è solo un tassello.

Sono, da sempre, convinto che il cambio di passo della politica viene, innanzitutto, da un'attuazione dell'art. 49 della Costituzione. Quello che dovrebbe regolare, se fosse attuato appunto, le modalità di svolgimento dell'attività politica in modo da garantire democraticità, trasparenza, rispetto delle minoranze, ecc. Anche e soprattutto all'interno dei partiti politici, perché sono poi questi che, a loro volta, devono garantirli ai cittadini nella società.

E' astruso - e la conferma ne sono le astruse leggi partorite in questi ultimi decenni - poi, parlare di legge elettorale decontestualizzandola dal quadro complessivo del sistema istituzionale a cui si guarda. In questo avevano ragione diversi esponenti del centro-destra, qualche mese fa, intervenendo nel dibattito. Purtroppo, il fatto che lo dicessero esponenti del centro-destra, che la Corte Costituzionale abbia poi abolito il detestato porcellum, un'errata idea di intangibilità della Costituzione che anima, in parte, la sinistra, ha fatto si che ci si concentrasse solo su quella.

Inciso: la nostra è una buona, anzi, ottima Costituzione e vi sono parti che, ancora oggi, a settant'anni dalla sua stesura, sono all'avangurdia - molto spesso, il problema è proprio che non sono state ancora attuate - ma è , comunque, una carta costituzionale che risale al 1947. La società italiana, l'Europa, il mondo sono cambiati, può essere plausibile che, con le procedure comunque di garanzia che sono state previste, si possa pensare a cambiamenti di sue parti.

Fatte queste doverose premesse, mi si consenta di intervenire nel merito di quanto accade e viene proposto in questi giorni.

Prima questione, di metodo. Matteo Renzi, segretario del PD, ha sacrosanta ragione quando afferma che occorre dialogare con tutti e che un accordo sulla legge elettorale va trovato anche con l'opposizione. Di più, ha due volte sacrosanta ragione quando dice che Forza Italia è il secondo (o terzo?) partito e con questa occorre trovare un'intesa. Discorso diverso è quello sul leader di Forza Italia. Leader che, per quanto, risulta essere condannato in via definitiva e per un reato oggettivamente grave - sicuramente da un punto di vista pubblico -. Era opportuno incontrare direttamente e platealmente Silvio Berlusconi? Io penso di no.

Diciamoci la verità, in nessun paese di democrazia compiuta e matura, ci sarebbe un caso come quello di Berlusconi in Italia. Negli altri paesi d'Europa e dell'occidente, un politico, non solo si dimette dai prorpi incarichi - senza attendere un voto di decadenza -, ma esce definitvamente dalle dinamiche della politica per molto, molto meno. Se ne potrebbero citare decine di casi.

L'incontro, invece, ha riportato al centro della politica Silvio Berlusconi. E qui bisognerebbe tornare a quanto accennato nelle premesse e a quella attuazione dell'art. 49 della Costituzione. In Italia i partiti politici sono associazioni di fatto, pari ad una bocciofila, non assoggettati ad alcun controllo. Un magnate che avesse molto denaro a disposizione, potrebbe - può, l'ha fatto - comprarsi un partito o crearsene uno nuovo, abolire qualsiasi processo di democrazia interna - FI, prima, il PdL poi e ora, nuovamente, FI non hanno mai fatto un congresso -, ergersi come leader assoluto ed eterno e presentarsi agli elettori. Prendere, magari, anche tanti voti, ma i voti, di per sé, non sono garanzia di legalità e democrazia. Le dittature, ad esempio, hanno sempre consensi elettori elevatissimi. Questo aspetto, tocca anche un altro argomento rilevante, su cui non mi soffermerò perché, già da solo, necessiterebbe di un ampio dibattito, ed è quello del tanto deprecato finanziamento pubblico dei partiti. Attenzione, una cosa sono gli sprechi, le illegalità e le ruberie che possono annidarsi nei costi della politica, altro, sono i costi della democrazia. Perché la democrazia, lo si sappia, ha un costo.

Michele Serra, nella sua Amaca di ieri, presentava due argomentazioni a favore dell'incontro - o, almeno, a non sfavore -. La prima, usata già da Renzi, per cui non si può ergersi a censori di un incontro quando, precedentemente, con quello che ora si vorrebbe reietto, si è fatto un governo. Critica accettabile, ma che dovrebbe ricadere, innanzitutto, su chi, soprattutto all'interno del PD ha impedito - Renzi compreso? - che un governo diverso potesse nascere dopo le ultime elezioni. La seconda, decisamente molto, ma molto meno accettabile, è che il non far nulla in tutto questo tempo sulla legge elettorale ha offerto una pezza di appoggio all'attivismo di Renzi. Non dimentichiamo, e non dimentichi Serra, che tra chi non ha fatto nulla fino ad ora - e, invece, poteva fare molto! - c'è proprio Silvio Berlusconi e la sua parte politica e, con essa, il partito di cui Renzi è ora segretario.

A Milano, diciamo "piutost che nient, l'è mej piutost", ma se quel piutost è un patto con il diavolo, bisogna sapere che ha dei costi. E il costo è stata la rimessa in gioco di Silvio Berlusconi.

Seconda questione, nel merito della proposta che si va delineando. Primo, il premio di maggioranza. La Consulta, bocciando il porcellum, si pronuncia chiaramente sulla inaccettabilità di un premio di maggioranza eccessivamente consistente. L'Italia, per altro, non è nuova a leggi simili. Nel 1923 ci fu la legge Acerbo, fortemente voluta da Mussolini per garantire una solida maggioranza parlamentare al Partito Nazionale Fascista. Erano, appunto, fascisti. Nel 1953, voluta da De Gasperi, ci fu la legge proposta da Scelba che garantiva, a chi avesse ottenuto il 50% più uno dei consensi elettorali, il 65% dei seggi parlamentari. Fu denominata legge truffa. Ora, qui, si vorrebbe assegnare un premio di maggioranza pari al 15-20% e più alla coalizione che vince. Fosse anche solo con il 30%. Le ultimissime parlano di un doppio turno di coalizione per assicurare questo premio in un ballottaggio tra le due coalizioni con maggior numero di voti. In teoria, potrebbe aggiudicarsi il 55% dei seggi parklamentari anche una lista che ha ottenuto solo, ad esempio, il 20%, ma che è stata tra le due più votate e che ha vinto il successivo ballottaggio. Capisco la volontà di garantire stabilità, ma deve essere chiaro che la stabilità è solo in parte frutto della legge elettorale, piuttosto si gioca sulla serietà del sistema politico e della sua classe dirigente. Si guardi, ad esempio, a quanto avviene in Germania quando il risultato elettorale costringe a Große Koalition, lì non ci sono premi di maggioranza, ma la serietà delle forze politiche in gioco. L'altro aspetto, riguardante anche il tema degli sbarramenti - inusitati - è che ci si sta portando verso un bipolarismo forzoso, che potrebbe risultare disastroso. Non sono mai stato entusiasta del sistema bipolare - o polare, visto che spesso sono più di due - ma ho, nel tempo, capito che questo era ormai entrato nella testa degli elettori. Una cosa, però, ci differenzia dal resto dei paesi in cui vige un sistema bipolare - ormai sempre di meno - ed è la cultura dell'alternanza. Nel Regno Unito o negli USA, quando i conservatori o i repubblicani governano male, l'elettorato prova con i laburisti/democratici. Non sono certo, anzi, sono fortemente dubbioso, visto l'andamento dei flussi elettorali italiani, che ciò possa avvenire anche nel nostro paese. 

Non mi accodo ai lamenti per la scomparsa dei piccoli partiti. Un piccolo partito, anche con una legge elettorale proporzionale pura, rimane tale. Elegge qualche deputato, ma poi? I partiti, per crescere, hanno bisogno di proposte e scelte politiche forti, credibili e condivise, molto più che di alchemiche leggi elettorali. Ma uno sbarramento che ne impeidsce a priori l'esistenza e non fornisce i necessari strumenti per garantire le minoranze, non fa un buon servizio alla democrazia.

Ultimo aspetto, su cui voglio spendere alcune parole - anche queste, magari, in dissenso a molti - è il tema delle preferenze. Le preferenze esistono, tutto sommato, in pochi sistemi lettorali. Di più, la preferenza, di per sé non è sinonimo né di democraticità né di scelta. Non dimentichiamoci il mercimonio, il voto di scambio fatto sulle preferenze in un non lontano passato. Non dimentichiamoci quando signori delle preferenze regalavano una scarpa destra e, dopo aver verificato il voto, la sinistra, o l'uso che di queste ne ha fatto la malavita organizzata. E' vera, però, una cosa, che in un sistema politico in cui non esiste controllo a monte sulla selezione e scelta della classe politica - vedi considerazioni sopra sull'attuazione dell'art. 49 della Costituzione - soprattutto al cittadino elettore, questo appare come unico strumento per poter scegliere.

Ma intervenire sugli effetti, non significa agire e rimuovere le cause di possibili disastri. Questa mattina, sulla bacheca facebook di un amico che pubblicava una foto di disastri in seguito a smottamenti in Liguria, dopo vari commenti, leggevo "Manutenere una scogliera sottostante quelle case è impossibile. Qui, ha agito davvero la malasorte e la straordinarietà dell'evento. Il resto della Liguria, altro discorso.", a cui, intelligentemente a mio avviso, si rispondeva "Ma non è "sotto" che devi manutenere.... I problemi quando piove vanno risolti a monte...l'acqua arriva da sopra."

Ecco, bisogna intervenire a monte.

Pier