Una prospettiva a sinistra

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Torno a scrivere, oggi, dopo una lunga pausa di riflessione.

In questo periodo, oltre a riflettere per me stesso, non ho voluto – e non voglio farlo neppure ora – entrare nelle dinamiche e, forse, nelle difficoltà di un partito che non è il mio. Così come, le mie sono considerazioni personali e che non vogliono essere di intralcio al partito in cui milito.

Parto dall'affermazione di una amica - persona che stimo profondamente come politico e a cui ho dato il mio voto e il mio sostegno alle elezioni amministrative – fatta più di un mese fa, nel momento dell'abbandono di SEL - lei, sindaco di un grande comune dell'hinterland milanese – per passare al PD.

Diceva: «Ho deciso di aderire al Pd perché, in questo momento, esprime un progetto politico sicuramente più innovativo e raccoglie diverse visioni e contributi, nell'ambito di uno schieramento progressista, riformatore e di sinistra nel quale io continuo a riconoscermi.»

Sono parole che condivido e che, credo, debbano fare riflettere su quale sia il futuro della sinistra in Italia.

E' indubbio, come già più volte ho scritto, che l'adesione del PD al PSE – adesione fortemente voluta dall'attuale presidente del consiglio e, sottolineo, NON DA ALTRI prima di lui – cambia lo scenario politico.

Di più, il risultato elettorale europeo del PD stesso, nonché la politica sino ad ora messa in campo dal governo, di cui il provvedimento degli 80 euro rappresenta un punto fermo, hanno, di fatto, ridotto qualsiasi spazio politico, a sinistra del PD – come, per altro, a destra, ma per cui non ho interesse – a realtà residuale e marginale.

Ho sempre sostenuto, e continuo a sostenere, che l'accordo programmatico Italia Bene Comune, tra PD, PSI e SEL rappresentasse un importante punto di partenza da cui ricostruire una nuova grande forza della sinistra in Italia. Ancora di più se PD – che ora l'ha fatto – e SEL – che voleva farlo – avessero aderito al PSE.

L'idea che anche in Italia si costruisse una grande forza socialista e riformista, a vocazione maggioritari – non certo quella di veltroniana memoria – che sapesse farsi carico del governo del paese in un momento tanto difficile.

Un grande partito socialista e riformista, che, per tornare alle parole dell'amica citata, raccogliesse visioni e contributi diversi, anche di una sinistra più decisa e, avremmo detto in passato, più radicale, così come avviene nei grandi partiti socialisti e laburisti di tutta Europa, ma riconducibili tutti ad una forte ed incisiva azione di governo.

Così non è stato. Forse, così può ancora essere. Certo che una simile prospettiva la si può portare avanti solo se si riconosce nel PD il fulcro dello scenario, non se lo si considera un nemico o anche solo un competitor.

Pier