art. 18, flessibilità e modello tedesco: tabù a confronto

L'art. 18, dopo non essere stato sul tappeto per poi tornarci, dopo non essere il tema principale della discussione per poi esserlo, dopo essere stato un tabù dei sindacati e, invece, molto più tabù per il governo e la sua maggioranza, è al centro dell'agenda politica dei prossimi giorni.

Incominciamo a fare un po' di chiarezza e vedere di capire quali sono i veri tabù.

  1. E' ASSOLUTAMENTE FALSO che in Italia non si può licenziare. Anzi, secondo gli indici dell'OCSE (strictness of employment protection) liberarsi di un dipendente è molto più facile per un imprenditore italiano di quanto non lo sia per un ungherese, un ceco o un polacco. Con un indice di flessibilità di 1,77 (per i lavoratori a tempo indeterminato) l'Italia è al di sotto della media mondiale (2,11).

    In cima alla classifica, nei paesi in cui licenziare è PIU' DIFFICILE ci sono, guarda guarda, la GERMANIA (indice 3.0) e i paesi del Nord Europa.

  2. E' FALSO che il tanto decantato "modello tedesco" garantisca una maggiore libertà di licenziare (vedi anche gli indici di cui sopra). In Germania la legge di tutela nei confronti dei licenziamenti individuali (Kundigungsschutzgesetz) risale al 1951 ed è imperniata su criteri molto simili a quelli della normativa italiana. li licenziamento dev'essere giustificato o da ragioni di tipo soggettivo (inerenti cioè alla persona ero al comportamento del lavoratore) o da ragioni di tipo economico (legate a moficazioni aziendali che comportano la soppressione di un certo posto di lavoro). In ogni caso la legge concepisce il licenziamento come una misura estrema (criterio dell'extrema ratio) ed impone al datore di lavoro di consultare il consiglio d'azienda prima di intimare qualsiasi licenziamento. Se il consiglio d'azienda si oppone al licenziamento, il lavoratore ha diritto di mantenere il posto di lavoro sino alla fine della controversia giudiziaria. La sanzione primaria nei confronti dei licenziamento privo di giustificato motivo è rappresentata dalla reintegrazione nel posto di lavoro. La legge, peraltro, riconosce al datore di lavoro la possibilità di provare, pur a fronte di un licenziamento illegittimo, che non può essere attesa 'un'ulteriore proficua collaborazione fra le parti': nel qual caso il giudice dichiarerà comunque sciolta la relazione contrattuale e condannerà il datore di lavoro al pagamento di un'indennità risarcitoria, secondo misure fissate (nel massimo) dalla legge stessa. In passato questa possibilità era largamente sfruttata dai giudici, con conseguente ampia prevalenza di soluzioni risarcitorie nelle controversie in materia. Dal 1985, viceversa, la Corte Federaledel lavoro ha mutato giurisprudenza, chiarendo che una dichiarazione di illegittimità del licenziamento da parte del giudice di primo grado comporta il diritto del lavoratore ad essere reintegrato sino alla fine dei processo. Questo nuovo orientamento ha sortito l'esito di ridimensionare le soluzioni di tipo risarcitorio, restituendo alla reintegrazione nel posto di lavoro il carattere di un rimedio praticamente disponibile per il lavoratore.

    La normativa tedesca si applica a tutti i lavoratori con anzianità di servizio di almeno sei mesi ed a tutte le imprese che superino la soglia dei cinque addetti. li governo Kohl aveva elevato la soglia a dieci addetti (col risultato di privare della tutela alcuni milioni di lavoratori); la soglia originaria è stata ripristinata dal governo Schroeder, con una legge entrata in vigore il 1 gennaio 1999.

    Non solo, anche per i licenziamenti di tipo economico - quelli cioè dove non si prevede il reintrego ma un'indennità risarcitoria - hanno indicazioni ben precise su come si possono individuare i lavoratori. Il criterio, che non è e non deve essere quello dell'arbitrio del datore di lavoro, prevede, ad esempio, che si parta prima dai lavoratori di più recente assunzione, che non si possa licenziare chi ha gravi problemi di salute, ecc.

Il mantra, fatto proprio anche da esponenti del PD come il senatore Ichino, che l'art. 18 debba essere cancellato o modificato perchè costituirebbe ostacolo agli investimenti stranieri nel nostro paese, in quanto impedirebbe la flessibilità, è del tutto destituito di fondamento. Non si capisce perché gli investitori stanieri debbano investire in Germania, dove come detto esiste una minore flessibilità in uscita, piuttosto che da noi per il solo fatto che c'è l'art. 18. Così come non si capisce, se il problema è trovare lavoro - e non uscirne - come possano più licenziamenti determinare maggiori assunzioni.

Qualcuno obietterà che la Germania attira maggiori investimenti, nonostante una minor flessibilità, perché lì vi è una maggiore produttività. La produttività, però, non dipende esclusivamente dall'elemento lavoro. In Germania la produttività è più alta che da noi anche perché le imprese hanno sempre investito molto in innovazione, tecnologia e formazione. Il capitalismo italiano, molto cialtrone e che ha sempre evitato di rischiare in proprio preferendo far pagare gli altri, non l'ha - salvo rare eccezioni - mai fatto, puntando invece sui finanziamenti di stato. In tal senso, la FIAT docet.

E' perciò evidente che il problema dell'art. 18, o meglio quello della sua cancellazione, rappresenta sì un tabù, ma per il governo. E' lo scalpo del nemico che, un governo oggettivamente di destra, vuol buttare sul tavolo del capitalismo nazionale e internazionale per dimostrare che il sindacato - e con esso la sinistra, vista la tragica situazione di supplenza della politica che viviamo - è completamente sconfitto.

Per questo, la battaglia sull'art. 18 rappresenta una delle ultime trincee, non solo delle lotte sindacali, ma per la democrazia.

Pier