Un saluto a pugno chiuso

  • PDF

Chi saluta il risultato del primo turno delle presidenziali francesi a pugno chiuso, con il tradizionale saluto della sinistra? Marine Le Pen, la candidata dell'estrema destra populista!

Un caso? Forse, anzi, sicuramente, non intendendo che sia voluto. Ma quanto è accaduto ieri in Francia, deve porre, innanzitutto a sinistra – sinistra che speriamo con tutte le forze risulti vincente al ballottaggio del 6 maggio prossimo -, delle domande di fondo.

Un primo dato da considerare è quello dell'astensione. Il 19% rappresenta una percentuale molto bassa. Comunque molto ma molto più bassa di quella che ci si aspettava, a dimostrazione che, come già mi era capitato di affermare, il candidato del Front de Gauche – ma il discorso vale anche altri – non ha sottratto voti a Hollande ma, invece, ha riportato al voto, con chiare posizioni di sinistra, una larga fetta di elettorato che diversamente, con tutta probabilità, non sarebbe andata a votare.

Il secondo dato è l'inesistenza, soprattutto in un sistema a doppio turno come quello francese, del presunto centro. Bayrou crolla dal 18 al 9%. Solo in Italia pare che il centro debba essere l'ago assoluto della bilancia, ma è un centro molto ma molto più vicino alla destra che non vero e proprio asse di equilibrio.

Occorre precisare che anche il candidato socialista Hollande aveva ed ha un forte programma di sinistra, sicuramente molto ma molto più a sinistra, se vogliamo tracciare un paragone con l'Italia, da quello proposto dal PD. Resta il fatto che il candidato socialista con il 28% dei consensi resta molto al di sotto delle percentuali che i socialisti ottenevano nel ventennio tra l'81 e il 2002 quando la Francia, come gran parte dell'Europa, aveva presidente e governi socialisti e di sinistra.

Sempre tracciando un paragone con il nostro paese, è l'analoga situazione che ha visto il PD, in passato PDS, passare dal 21% dei voti delle elezioni del '96 al 16% del 2001 e al 26% delle europee 2009 perdendo, però, bel il 7% rispetto alle politiche dell'anno precedente.

E' il segno evidente di come le sinistre "moderate" abbiano, via via in questi anni, perso capacità di interloquire con il loro elettorato di riferimento e lasciano vaste praterie alla loro sinistra preda dell'astensionismo, ma anche di destre populiste.

E' il caso della Francia dove, non ci si illuda, la candidata del Front National non raccoglie solo il voto della destra tradizionale, quella agricola, ricca e borghese delle campagne, tanto per intenderci, ma anche larghe fasce del voto proletario e sotto-proletario che in passato, magari, votava per il Partito Comunista, ma anche dell'Italia, dove molto del voto operaio e non solo, invece di orientarsi verso i partiti della sinistra, preferisce la Lega o Grillo o populisti e giustizialisti vari.

Del resto, non dimentichiamolo, ancora in questi giorni, mi è capitato di vedere difendere con più passione l'art. 18 Cota, presidente leghista del Piemonte, o Storace, leader della Destra, che non molti del PD. O, ancora, non ho visto il PD opporsi all'approvazione delle modifiche all'art. 81 della Costituzione, ma Lega ed IdV.

Hollande, ora, può ancora vincere – e, lo ripeto, me lo auguro con tutte le forze, perché davvero il cambiamento della Francia può rappresentare il cambiamento per l'Europa – ma il risultato mostra chiaramente che può vincere solo se la sinistra sa presentarsi unita.

Melenchon, candidato del Front de Gauche, ha già apertamente e responsabilmente – con buona pace di tutti coloro che parlano dell'irresponsabilità della sinistra massimalista - dichiarato il proprio appoggio ad Hollande, così come altri candidati della sinistra ecologista e trozkista.

L'invito all'unità della sinistra per tornare a vincere è il segnale che ci viene da tutta Europa, dove, ad esempio, l'SPD vince nelle elezioni dei Land solo in coalizione con i Verdi e/o la Linke, o dal più recente caso dell'Andalusia, dove il PSOE, pur sconfitto alle elezioni dal PPE, conserva il governo della regione grazie alla presenza di Izquierda Unida.

Ciò a cui la sinistra non deve cedere è il vecchio trucco delle destre di dividerla con il giochetto della sinistra riformista, buona, e della sinistra massimalista, cattiva. Questo trucco ha portato la sinistra alla sconfitta in tutta Europa. Non solo, l'ha gettata nell'incapacità di individuare un modello alternativo di sviluppo sociale ed economico che possa rappresentare il progetto politico su cui costruire un blocco sociale ed elettorale maggioritario tra gli elettori.

Per la Lega dei Socialisti, che proprio lo scorso sabato ha visto una grande partecipazione di compagne e compagni da tutta Italia per il direttivo nazionale, direttivo che ha visto anche la presenza ed il contributo di Alfonso Gianni di SEL, Giorgio Mele in rappresentanza della FdS e Vincenzo Vita, senatore del PD, non può che essere la riconferma di un progetto che ci vede impegnati dalla nascita, e cioè, come dice l'amico e compagno Franco Bartolomei, segretario nazionale, «proseguire convinta nel suo cammino verso la ricostruzione di una nuova forza socialista nella sinistra che riunifichi tutte le forze che ancora si richiamano alla sinistra storica ed alle sue due grandi tradizioni socialista e comunista, per costruire una massa critica in grado di accelerare un processo di ristrutturazione complessiva della sinistra, ormai ineludibile.» In questo senso, aprendo i lavori del direttivo, ho riproposto, come già in altri convegni e dibattiti, l'idea di un superamento, al Parlamento europeo, della divisione tra gruppo del PSE e della GUE.

Pier