Ancora Quarto Stato

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Siamo in un paese di campagna, sono circa le dieci e mezzo del mattino d'una giornata d'estate, due contadini s'avanzano verso lo spettatore, sono i due designati dall'ordinata massa di contadini che van dietro per perorare presso il Signore la causa comune...

Così Pellizza da Volpedo descriveva la scena del suo famosissimo dipinto Quarto Stato.

E' l'immagine di una classe in lotta; di lavoratori, in questo caso contadini, che scioperano per portare avanti le proprie rivendicazioni.

Rappresenta la determinazione di un vasto popolo, fatto di uomini, donne e bambini, sopraffatto dal dominio di pochi, che, forte della propria unità e compattezza – le figure sullo sfondo paiono quasi un muro -, si avvia verso un futuro di maggiore giustizia sociale.

Da quando Karl Marx indicava nel conflitto tra le classi sociali il motore della storia molte cose sono cambiate.

Il passaggio da una società capitalistica incentrata sulla produzione a una che punta sul consumo, ha fatto si che il lavoro, da fattore di produzione, con una forte dignità anche etica – vedi, ad esempio, il ruolo che gli attribuisce anche la nostra Costituzione – si trasformasse in merce tale e quale le altre.

Un'affermazione, questa, tanto vera da essersene accorta anche la Conferenza Episcopale Italiana in vari suoi recenti interventi.

Non solo il lavoro, però, è diventato merce, ma, parimenti, lo è diventato anche quel "piccolo capitale", non finanziario, fatto da piccoli imprenditori e artigiani che, non a caso, giocano nell'attività imprenditoriale anche il proprio, personale, lavoro.

Protagonisti delle lotte di classe dell'ottocento e novecento, come rappresentato da Pellizza da Volpedo, erano i proletari, operai e contadini che avevano solo nei figli, la prole, il loro "capitale", il loro investimento per il futuro.

Società sempre più diseguali, dove pochi grandi ricchi dominano su una larga moltitudine di poveri, nuovi poveri e sempre più poveri, rendendo, di fatto, anche la stessa libertà fondante le nostre democrazie occidentali più teorica che reale, hanno sempre più avvicinato il destino di proletari dei lavoratori a quello delle fasce medio-basse delle classi borghesi.

I tanti suicidi che in questi drammatici giorni di crisi accomunano lavoratori a piccoli imprenditori ed artigiani sono lì a rappresentarlo.

Se il senso della lotta di classe, pur nell'evoluzione che abbiamo visto compiersi, non solo non è datato bagaglio ottocentesco, ma ci chiama ad un maggiore impegno, è proprio in quella originale battaglia, allora come ora, tra chi è sfruttato e chi è sfruttatore.

Occorre rendersi conto che siamo tutti sulla stessa barca, che non è quella di Monti, del suo governo e della maggioranza che lo sostiene, e battersi insieme per una società più libera e giusta.

Pier