Le biografie sbagliate

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STASCIONVEGON, a cui hanno pignorato anche il nome

 

Mentre cammina nel buio della notte, l’uomo che trascina tutti i propri averi potrebbe sembrare un uomo triste. In un pacchetto ben confezionato all’altezza del cuore tiene la memoria dei suoi successi ed è l’avere a cui tiene di più. Le sue battaglie perdute ce le ha scritte in faccia e tiene molto anche a quelle. Almeno ha combattuto, prima di perdere tutto. Cammina come se stesse andando via per sempre, ma non possiede nemmeno un posto da abbandonare e percepisce tutta l’enormità di una sconfitta che lo umilia agli occhi di coloro che si prendano ancora la briga di osservarlo. Eppure non è del tutto infelice perché la sua bancarotta in fondo gli ha permesso di dismettere una vita che probabilmente non era nemmeno per lui. L’ha tentato l’esperimento, e gli è scoppiata in mano la provetta. Ma la soddisfazione di non aver perso senza lottare non lo abbandona mai e lo rende filosofo. E la bancarotta prevede la remissione dei debiti e la possibilità di ripartire; da zero assoluto, è vero, ma in fondo questo è l’unico modo per ri-partire, così come si dice “partire” quando si arriva nudi su questa terra; si tratta di ripartire e solo l’esperienza , una ricchezza insostituibile, è la bussola in dotazione. A volte si persuade che la sua, in fondo, sia stata una libera scelta: giusta o sbagliata, chi può dirlo con certezza?

 

Alla fine non ci si sta poi tanto male accovacciati in un angolo prossimo alle scale mobili così rilucenti della Centrale ristrutturata. Mi sento un Robinson in una isola deserta per quanto riguarda i vincoli , ma lussureggiante per le disperazioni. L’assenza dei primi riguarda me, mentre l’eccesso delle seconde, molti degli altri che vivono qui . Io ci sto bene. Mi sono liberato appena in tempo, e ormai da tempo, dalle sbarre di una reputazione di cui difendere la doratura fingendo fosse davvero oro. Eviterò accuratamente di incontrare un Venerdì qualsiasi, ma non ne corro neppure il rischio, perché non registra impronte il genere di sabbia che affatica i miei passi. Mi sento un devoto all’interno di una cattedrale: smarrito e infreddolito, eppure vibrante e appagato. Ho scagliato lontano il mio passato; per farlo, ho annegato di lacrime molti dei miei giorni all’inizio di questa che sembra un’assurda e incredibile avventura ed invece altro non è che lo sviluppo necessario della mia strada. Ma ora non lo scorgo più quel passato che non è neppure ingombrante, nemmeno scrutando attentamente fra le pieghe della mia memoria. Il gran rifiuto verso ciò che mi era sembrato così importante l’ho fatto quando mi sono accorto che avrei potuto perderlo come in un incanto diabolico. Allora l’ho buttato via e ho deciso di non tornare indietro la notte in cui mi sono chiesto con sincerità perchè l’avrei fatto: la risposta è stata fumosa e retorica, avrebbe potuto imbrogliare altri, non me. Non avrò mai più bisogno di nessuno. Sarò per sempre inutile a tutti, ma mi basta e mi basto; mi accontento così. Da qui osservo immobile un mondo che si spende in movimenti inutili. Passa un sacco di gente: quella che sorride è pochissima. E solo fino ad una certa età. Quelli che sono giunti all’età della ragione li riconosci subito: tanta tristezza, mascherata da fretta e con gli occhi opachi. Fino ad una certa ora passano incessantemente telefonini e ombrelli, giacche spiegazzate . Quotidiani e zaini. Bagagli. Occhiaie che pensano ad altro. Angosce. Calvizie e alitosi e incertezze. Sono proprio queste le caratteristiche delle persone che evitano di guardarmi. I più giovani, invece, mi notano sempre, ma quando sono in gruppo mi impauriscono e quando sono soli mi girano alla larga. Siamo in molti ad essere appollaiati o in movimento, ma sempre sotto traccia, in disparte. Siamo laterali a tutto e non parliamo nemmeno fra noi se non quando è proprio necessario. Ognuno percorre silenziosamente la propria orbita, senza interferire. Arriva sempre l’orario in cui anche qui comincia a svuotarsi. Allora raccogliamo i nostri stracci e, come perfetti padroni di casa che si siano gentilmente accomiatati dall’ultimo ospite richiudendogli la porta alle spalle , sgomberiamo , lenti e carichi come lumache, in cerca di un posto dove ci lascino dormire in pace. Qui non si può starci: è il Potere che non può permettersi di accoglierci. Se non proprio rifiutarci deve almeno provare a nasconderci come si fa con la polvere sotto i tappeti, perché si potrebbe verificare, in caso contrario, il serio rischio di un incremento della nostra già piuttosto numerosa comunità. Se il Potere non fosse disumano si romperebbe un precario equilibrio ecologico e tutto sarebbe rimesso in discussione. Dicono i veterani che d’estate è più facile trovare una sistemazione notturna: gli sbirri non possono controllare tutti i giardini pubblici, tutte le panchine,tutti i parchi. Sono qui da troppo poco per saperlo e per il momento è un po’ più dura: un vagone fermo su un binario morto, un androne male illuminato: dove capita, e se hai un cartone per coprirti e inventarti un rifugio è molto meglio.

La città che vedo, come la vedo ora che sono un privilegiato, è come le sue puttane da marciapiede che di notte, mentre la abitano testarde ed infreddolite, sono luccicanti come scintille di desideri. Arrivano e si installano. Appostate nel buio ferito dai riflessi che emettono godrebbero della calma effimera della notte, ma è la loro presenza stessa a comprometterla e diventano magnetiche verso un pericolo che incombe sempre su di loro nel buio, nonostante il silenzio e l’apparente deserto. La mattina presto se ne vanno per tornare alle proprie tane, quando altri esemplari prendono il loro posto sulle strade. Le vedo, a volte, se sono sveglio all’alba: sono squallide e sfatte e hanno gradualmente ceduto il loro fascino, proprio come i muri grigi della città algida che si risveglia, che riprende i propri ritmi rigenerando il proprio caos, che osserva sdegnata i propri marciapiedi sporchi, che è fatta di persone che corrono sempre da un’altra parte, ignorando i profilattici abbandonati, evitando i sacchetti dei rifiuti e assorbendo il fumo. E’ brutta la città di mattina. E io mi ci aggiro come uno straniero cercando innanzi tutto la forza per sopravviverci. Sotto la galleria Vittorio Emanuele oggi c’è una troupe che ferma delle persone casualmente, li acchiappano man mano si avvicinano iniziando con il prossimo appena accomiatato il precedente. La ragazza che regge il microfono è affascinante ed elegante. I tecnici e l’operatore sono sfatti. Ma a loro non li vedrà nessuno. Mi incuriosisce e decido di avvicinarmi per guardare meglio . Arrivo senza dare nell’occhio, e mi accoccolo contro una parete , ma un assistente mi nota e si avvicina prontamente per allontanarmi. Non posso star lì, mi si potrebbe vedere sullo sfondo e rovinerei l’equilibrio “della situazione”; così mi dice: “della situazione”, “l’equilibrio” .Penso di avere ancora diritti,ma non è così. Minaccia di chiamare i poliziotti che stazionano lì vicino e, mentre fumano, guardano con invidia i piccioni. Non voglio guai. Non è importante. Me ne vado. Attraverso con passo strascicato la grande piazza. Il Duomo e le sue punte svettano alla mia sinistra e raggiungo l’altro portico che mi sta davanti . Nelle vetrine dell’enorme negozio che ci sta sotto ci sono delle installazioni composte da grandi video piatti. Mi fermo. I televisori alternano messaggi pubblicitari alle immagini catturate fra la gente che questi filmati li sta a guardare ipnotizzata. Qualcuno s’è accorto del gioco visivo, soprattutto alcuni ragazzi che quindi iniziano a recitare, accennano a corsette, a lotte, saltano sul posto e fanno boccacce. Delle coppie si abbracciano e si baciano con un occhio rivolto allo schermo. Recitano a proprio uso e consumo: sono curiosi di vedere come appaiono. Mi ci metto anch’io davanti alla vetrina per vedere se riesco a compromettere almeno questa di situazione. Aspetto che scorrano pazientemente le immagini della pubblicità per poi ritrovarmi e vedermi in questo plasma che sembra un ostensorio sull’altare di una vetrina da venticinquemila euro al mese di affitto. E’ il mio turno, ma nell’immagine non ci sono. Eppure le persone che mi arrivano da destra e transitano davanti oppure dietro di me per uscire poi alla mia sinistra, le individuo. Deve essere un trucco della macchina e provo a cambiare punto. Ma non mi trovo. Non ci sono. Invece per la videocamera di quegli altri ero un disturbo, un granello di sporco sulla lente dell’obbiettivo. Non ci capisco di queste cose. Non so. E non mi interessa. Non potrò essere ignorato per sempre, comunque: io sono come la coscienza. La loro. Nel caso: la cattiva coscienza. E starò qui a testimoniarlo. Non me ne andrò. Fino alla fine. Qui . Sempre. A differenza degli altri che vedo, e che incedono con passi malfermi e incerti, credo di aver imparato a camminare anche sulle acque.

da  Le biografie sbagliate di Roberto Bianchi, ed. ARPANet

 

Categoria: romanzi

Giudizio Pier: Bello! Forte e duro, come tutti i romanzi del Bianchi. Un pugno nello stomaco che ti fa chiedere. “Ma anch’io, che ci faccio qui?”, ma poi ti fa riflettere e non ti fa smettere di sperare. E forse sognare.

Consiglio: imperdibile!


Il comodino di Pier