«Quando il rogo arse»

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Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam.

Nel 415° anniversario del rogo di Campo de' Fiori, in Roma, in cui la violenza e l'intransigenza del fondamentalismo religioso, ieri come oggi, arse l'indipendenza e la libertà di pensiero, riporto con estremo piacere un articolo apparso su L'Acacia Massonica (rivista del GOI), a firma del Fr. Raffaele Gasbarri, nel settembre 1949.

Pier

«Quando il rogo arse»

Per i clericali intransigenti il monumento a Giordano Bruno in Campo de' Fiori è stato sempre un motivo di fastidio; dovettero subirlo (nonostante ogni deplorazione) quando fu eretto, perché non erano abbastanza forti per impedirlo; appena accordatisi col nuovo regime, nell'ottobre 1932, tentarono di promuoverne la rimozione mediante una campagna che «l'idea Nazionale» iniziò contro «i brutti monumenti» che ingombravano le vie e le piazze di Roma, con qualche prudente accenno a quelli meno graditi ai redattori di quel giornale che seguivano le ispirazioni del Federzoni. Ed ora che la Democrazia Cristiana ha tendenze totalitarie, si cerca da alcuni di raggiungere lo scopo progettando di occupare la piazza sulla quale il monumento sorse, per farne un mercato coperto che renderebbe incompatibile la presenza della statua di un filosofo fra i rivenduglioli e i bagarini!

Com'è facile immaginare, l'idea di dedicare al bruno un ricordo perenne nel luogo stesso ove aveva subito il martirio incontrò, appena conosciuta, l'opposizione aperta e rumorosa della stampa clericale che discusse ampiamente la vita del Bruno ed il valore scientifico delle sue opere, e cercò di sfatare perfino, come leggenda infondata, la tradizione della pena inflittagli, e della serenità con la quale l'aveva subita. Si affermò che nessun documento poteva essere addotto a provare che la condanna del S. Ufficio fosse stata eseguita; e che perciò era da ritenersi che il Nolano fosse finito di morte naturale in carcere. Esisteva bensì una lettera che lo Scioppio (Kaspar Schoppe), un umanista tedesco dimorante nel 1600 a Roma, aveva scritto a un suo amico e connazionale, raccontando la scena, alla quale diceva di aver assistito, della morte di Bruno, arso vivo in Campo de' Fiori il 17 febbraio 1600 e riproducendo le ultime parole da lui dette ai suoi giudici: «avete forse più paura voi di emettere la sentenza, che io di subirla»; ma lo Schoppe non era uno storico attendibile né sereno; dopo la sua conversione al cattolicesimo non si era mostrato fermo e sicuro nella sua nuova credenza, ed aveva polemizzato in modo piuttosto aspro coi gesuiti, così da dover lasciare, per la propria sicurezza, lo Stato di Milano, e rifugiarsi a Padova, sotto il dominio della Repubblica di S. Marco. Mettendo così in forse il supplizio del Bruno si cercò di attenuare la simpatia con la quale era stata accolta la proposta del monumento in Europa come in America, specialmente da parte dei dotti, degli Universitari e delle persone colte che a quella avevano aderito con gli scritti e con le offerte.

Contemporaneamente, la stampa clericale mise in evidenza il fatto che il progetto del monumento era stato affidato allo scultore Ettore Ferrari, notissimo dignitario della Massoneria: ciò significava, dunque, che la glorificazione di G. Bruno non era un omaggio alla libertà di pensiero, ma un pretesto per combattere la religione cattolica. L'argomentazione mosse gli scrupoli di qualcuno che aveva tranquillamente sottoscritto all'iniziativa, ma era ostile alla Massoneria, e che sconfessò pubblicamente il proprio operato: fra gli altri Ruggero Bonghi e il prof. Acri che insegnava filosofia nell'Università di Bologna, e contro il quale vi furono, colà, dimostrazioni di protesta da parte degli studenti.

La scoperta impreveduta d'un documento inoppugnabile troncò, d'un tratto, ogni discussione d'indole storica. Il Ministro Crispi aveva predisposto una legge diretta ad infrenare l'accattonaggio, mediante il ricovero a spese dello Stato degli inabili al lavoro. A rimborsare parzialmente tali spese dovevano contribuire i Comuni, gli Istituti di beneficenza del luogo di origine degli inabili, e le Confraternite aventi scopi misti di culto e di beneficenza generica.

Per stabilire la misura del contributo delle Confraternite occorreva accertare quanta parte delle loro rendite era, secondo le disposizioni statutarie, riservata alla beneficenza. Tale accertamento fu commesso alle Prefetture delle singole provincie, che ne incaricarono i loro uffici di ragioneria. Uno degli impiegati a ciò prescelti per la città di Roma dovè esaminare gli atti e i documenti relativi all'Arciconfraternita di S. Giovanni Decollato, che aveva, principalmente, lo scopo di assistere i condannati all'estremo supplizio. Il commissario prefettizio ebbe così l'occasione di vedere i verbali che, di volta in volta, venivano redatti dai fratelli che erano incaricati di accompagnare i suppliziandi, confortandoli con preghiere e pie esortazioni.

Poiché proprio in quei giorni era viva la polemica sulla fine del Bruno, egli volle ricercare se ve ne fosse traccia nei verbali dell'anno 1600: e la trovò in quello datato del 17 febbraio, nel quale i fratelli dichiaravano che ogni loro sforzo per indurre il condannato a rinnegare le sue idee si erano infrante contro l'ostinazione di Lui nella impenitenza.

Quel documento, essendone conosciuta l'esistenza, venne pubblicato nei giornali liberali dell'epoca e una copia fotografica ne venne riprodotta in un numero unico diffuso in vista dell'inaugurazione del monumento sul quale era la nota scritta: «qui dove il rogo arse», che, quando fu scoperta il 9 giugno 1889, non dié più luogo a discussione né a recriminazioni; non si poteva ormai negare un fatto finalmente documentato in modo così inoppugnabile; e la Massoneria poté essere rappresentata in quella solenne commemorazione, senza essere accusata di aver voluto sfruttare, per i suoi fini settarii, una pura leggenda destituita d'ogni prova.

Chieti, luglio 1949

Raffaele Gasbarri

L'articolo che ci ha inviato il nostro antico e benemerito Fratello, l'Ill. Fr. Raffaele Gasbarri, 32°, è da noi accolto con vivo senso di gratitudine, non solo per gli interessanti scorci delle vicende ella erezione del Monumento a Giordano Bruno, che esso rammemora, con una vivezza di particolari in gran parte vissuti dall'autore; ma anche per il fatto che questa opportunità ci dà modo di esprimere all'antico Fratello la nostra testimonianza di ammirazione.

Raffaele Gasbarri, iniziato nell'Ordine massonico da oltre un cinquantennio, è uno dei non molti italiani che seppero sottrarsi, durante il periodo della dominazione fascista, ad ogni atto di servilismo verso il dittatore e il regime.

Laureato in giurisprudenza iniziò la carriera nell'amministrazione dello Stato e, giovane ancora, pervenne all'alta carica di Prefetto. Nel 1922, quando il fascismo s'impadronì del Governo, il Fr. Gasbarri trovavasi al Ministero dell'Interno, Direttore Generale della P.S. I metodi instaurati in quella amministrazione del dittatore non lo ebbero consenziente. Aveva 57 anni; la vita poteva serbagli ancora soddisfazioni ed onori; tra il servilismo e l'imperativo della coscienza, non ebbe esitazioni e si dimise, eleggendo vita oscura per lunghi anni.

L'Acacia Massonica – Anno III – Num. 7 settembre 1949