Gargarismi heideggeriani su Celan

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Poesia e filosofia: una secolare alternanza di conflitti, accordi e reciproche indifferenze. Nel novecento ha assunto una particolare rilevanza non solo letteraria e teorica, ma anche culturale e politica il confronto fra il poeta Paul Celan e il filosofo Martin Heidegger.
Celan ebreo decide di scrivere in tedesco, lingua della madre, ma anche dei nazisti che hanno sterminato la sua famiglia. La Shoah segna in modo indelebile non soltanto la sua vita conclusasi tragicamente con il suicidio a Parigi nel 1970, ma anche lo stile e il contenuto di gran parte delle sue raccolte poetiche.
Heidegger è l’autore di Essere e tempo (1927), dell’approfondita meditazione su Hölderlin, è il teorico del “pensiero poetante”, ma è anche il filosofo che arruola, almeno per un periodo di tempo, il suo pensiero nel nazismo. Heidegger è il pensatore che incorpora nella parola filosofica quella poetica per carpire l’essenza storica dell’essere che l’astrazione della metafisica e della logica ha fatto dimenticare.
Celan sfida invece con la poesia la forza di riduzione al silenzio di eventi come la Shoah. Le sue poesie sono come un ripetuto tentativo di afferrare qualcosa di recondito e terribile che sfugge, ma anche, a volte, di lasciarlo andare per liberarsene.
Benché da diversissime esperienze di vita e anche al di là dell’effettiva corrispondenza e di un incontro che i due ebbero, a molti i percorsi di Heidegger e Celan sono apparsi se non complementari almeno confrontabili soprattutto per quanto riguardo il rapporto fra linguaggio e poesia. Su questa scia di confronti si pongono anche i due saggi di Félix Duque – Vincenzo Vitiello, Celan Heidegger (Mimesis, pp. 74, € 8,00). Pur trattandosi di esercizi ermeneutici, c’è da dire subito che un maggior controllo storico avrebbe giovato a quelle che si presentano subito come interpretazioni sbilanciate verso Heidegger. I due scritti, più che gettare luce o suggerire elementi per capire il rapporto tra Celan e Heidegger, non fanno altro che rigirarsi nel gergo degli ammaliati dallo stregone della filosofia del novecento del quale Duque e Vitiello qui si mostrano come stanchi epigoni. Frasi come «questo mistico che rifiuta ogni misticismo escatologico, questo poeta che ha annodato escatologia e scatologia» non solo non contribuiscono a comprendere e ad apprezzare Celan, ma ormai neanche più Heidegger.
Il confronto fra il poeta e il filosofo, sia nel saggio di Duque sia in quello di Vitiello è fatto sempre a distanza ed è preordinato ad una congerie di heideggerismi dei quali i due studiosi si dimostrano essere prestigiatori. Mai la citazione di una lettera di Celan a Heidegger, mai la menzione dell’incontro tra i due o il motivo dell’interruzione della corrispondenza. Eppure di libri su questi temi ce ne sono ormai diversi come ad esempio quello di Hadrien France-Lanord, Paul Celan et Martin Heidegger. Le sens d’un dialogue (Fayard, 2004). I due studiosi preferiscono rimandare a orizzonti più larghi dentro i quali ci può stare tutto e il contrario di tutto.
Anche quando poi la propensione al gargarismo filosofico dovrebbe trovare un limite nella citazione di un documento come quello del brano di diario di Heidegger riportato da Vitiello, capita la sfortuna che il documento sia un “falso d’autore”. Ora è vero che Vitiello è stato tratto in inganno dalla mancanza di quella indicazione nella versione dell’articolo riportata nel volume degli Scritti diversi di Ranchetti, però è anche vero che da un conoscitore di Heidegger come lui ci si sarebbe aspettati almeno qualche verifica in più.

Marco Pacioni