Un garofano rosso per Matteotti

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Questo è il  breve discorso che ho preparato per il 10 giugno quando io ed i miei ragazzi ci recheremo in "pellegrinaggio laico" a commemorare il martirio di Giacomo Matteotti, presso il suo monumento, recando un garofano rosso in mano.


Cari ragazzi, cittadini e patrioti del futuro,

oggi siamo arrivati qui, quasi come in un pellegrinaggio che mi auguro si possa ripetere anche in seguito, per svolgere la nostra ultima giornata di lezione, una giornata dedicata alla nostra cittadinanza e ai valori della nostra Costituzione.

Sarà una lezione a cui voi parteciperete con un fiore (un garofano rosso), con il vostro cuore e con la vostra mente, sapendo già, perché ne abbiamo parlato a lungo a scuola, chi fu il grande personaggio della nostra storia che fu aggredito qui e poi ucciso, in un pomeriggio assolato di 87 anni fa.

Matteotti fu un grande testimone della democrazia e dell’antifascismo, la sua morte fu dovuta al suo strenuo impegno contro un regime ed una dittatura che conquistò il potere sostenuta da un gruppo affaristico corrotto e proteso al mantenimento dei suoi privilegi.  Il regime fascista impedì per circa 20 anni che si parlasse anche solo di sfuggita di un uomo la cui morte commosse l’Italia e fece vacillare la nascente dittatura. Prima della sua morte il fascismo tentò vanamente persino di “abusare” di lui, attirandolo in un tranello, da solo, di notte in campagna (ne parla Carlo Silvestri nel suo libro: Matteotti, Mussolini e il dramma italiano), ma non riuscì né a violarne l’integrità e nemmeno a piegarne la volontà indomita, anzi, alcuni fascisti restarono persino ammirati dalla sua tenacia e dal suo coraggio.

Tuttora gli storici discutono su chi fossero stati veri mandanti del suo assassinio, ma è oramai chiaro che esso fu dovuto, non solo al suo strenuo antifascismo, ma soprattutto alla sua capacità di smascherare una perversa collusione tra potere e corruzione; scrisse con molta chiarezza Carlo Silvestri: “L'uccisione di Matteotti è stato uno dei tanti delitti di quel capitalismo deteriore e cainamente speculatore, cui per gran parte dobbiamo se l'Italia si trova in queste miserabili condizioni".  E’ stato il primo martire della nostra democrazia, ma purtroppo non l’ultimo, perché sappiamo bene come la nostra storia sia stata cosparsa ancora, fino ad oggi, di “cadaveri eccellenti”, ricordiamo tra i tanti quelli di Falcone e Borsellino anche se più di 400 sono state in Italia le vittime: poliziotti, carabinieri, agenti di custodia, pubblici funzionari, amministratori, imprenditori, giornalisti, comuni cittadini che vorremmo nominare tutti, per aver contrastato i poteri criminali che con grandi risorse economiche tuttora minacciano la nostra democrazia.

In un libro recente: “il delitto Matteotti” Mauro Canali spiega bene questa trama criminale e affaristica che “irretì” e “manovrò” il regime e spinse i suoi sicari ad uccidere Giacomo Matteotti.

Egli fu quindi assassinato non solo per ciò che aveva denunciato, ma soprattutto per quello che stava per denunciare, con coraggio onestà, trasparenza e con piena documentazione. Un coraggio civile e democratico che nessuno spazio lasciava a fatui sogni insurrezionali o rivoluzionari, perché Matteotti, come tanti martiri illustri della nostra storia recente, credeva nelle istituzioni, e si augurava che solo da esse potesse giungere una autentica svolta democratica.

  • Matteotti credeva nella scuola e, tra le tante cose che si potrebbero dire su di lui, su questo vorrei soffermarmi in particolare oggi. Egli denunciò nel suo libro: “Un anno di dominazione fascista”, che circolando all’estero screditava molto il regime, le subdole trame che portavano allora il governo fascista a tagliare preziose risorse alla scuola pubblica. Scrisse, tra l’altro, in proposito, nel suo libro a pag.25: “La scuola media ( col R.D. 29 sett.1923 n.1054) è trasformata, col proposito di allontanarne il maggior numero di scolari, e regalarli alle scuole private, anche se queste non esistono o sono peggiori di quelle pubbliche”

Matteotti, come amministratore locale e come parlamentare, si impegnò molto per la scuola, soprattutto di base, considerandola uno strumento fondamentale di emancipazione civile, l’unico modo per fornire a tutti le stesse pari opportunità con cui ciascuno, mediante i suoi meriti, avrebbe poi potuto non solo progredire individualmente, ma anche contribuire validamente al progresso comune.

Si impegnò da deputato, affinché giungessero maggiori finanziamenti alla pubblica istruzione, in particolare per l'edilizia scolastica, le biblioteche popolari, ed i corsi serali per adulti, criticò aspramente sia gli insegnanti meno scrupolosi che un ministro della Pubblica Istruzione del calibro di Croce, dicendogli senza remore in Parlamento: «Voi state speculando filosoficamente sulle nuvole. Qui non si viene con i libri di estetica, ma con dei programmi pratici e questi si ha il dovere di assolvere». 

Matteotti non credeva nell’odio di classe, come quei rivoluzionari che vogliono sovvertire le istituzioni con la violenza, lui teorizzò una insurrezione solo per contrastare una folle violenza estesa a tutto il mondo, per impedire l’inutile strage della guerra mondiale.

Però credeva nella coscienza di classe e la considerava lo strumento fondamentale per l'emancipazione civile, per l'affermazione della giustizia contro lo sfruttamento e la povertà. Con queste sue parole rivolte alla scuola, concludo dunque il mio discorso diretto, in particolare, a voi giovani affinché con l’esempio di uomini e donne come Matteotti, possiate diventare pienamente protagonisti del vostro futuro e di un’ Italia migliore.

“Ma il primo elemento necessario per una migliore produzione, è senza dubbio la istruzione, la cultura del popolo; cioè non quella istruzione che serve a pochi per spostarli dal lavoro produttivo, o per farne degli sfruttatori del lavoro altrui; ma quella diffusa in tutta la massa, per farla diventare tutta capace di una più intensa e migliore produzione, nella grande gara fra i paesi civili del mondo.

Riaffermiamo e rivendichiamo tutto il nostro interesse alla istruzione e alla educazione dei lavoratori. Strumento primo e validissimo della loro emancipazione, condizione prima dell’albeggiare della loro coscienza di classe; requisito e mezzo indispensabile per dare vita durevole alle loro organizzazioni, alla loro convivenza e per offrire ai dubitosi e agli avversi la prova della possibilità di un mondo più consapevolmente e liberamente umano e civile: l’istruzione e la elevazione morale dei lavoratori è il primo e l’ultimo anello della catena dei nostri principi e dei nostri atti.”

Siamo dunque ancora degni di questa straordinaria eredità su cui si fonda tuttora la nostra Costituzione nei suoi valori fondamentali.

W Matteotti! W La Costituzione! W l’Italia!

Carlo Felici