500 anni di resistenza!

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I pellerossa sono, senza ombra di dubbio, gli aborigeni più familiari all'uomo della strada, che li ha conosciuti attraverso i film western. Oggi, i nativi americani sopravvissuti sono circa 4 milioni e mezzo, ma le cifre non sono certe e comunque, 565 sono le tribù riconosciute negli Stati Uniti. Attualmente la maggior parte dei pellerossa sono confinati in riserve, circa 300 quelle federali e 21 quelle statali, quasi tutte ad ovest del Mississippi.E' comunque stimato che circa un terzo della popolazione indiana degli Stati Uniti abiti ormai nelle città. I riflettori sugli indiani d'America si sono nuovamente accesi il 20 giugno del 2011, con la notizia della fine di un contenzioso legale durato 15 anni, conclusosi con la sentenza del risarcimento record, pari a 3,4 miliardi di dollari ottenuto dai nativi. Un risarcimento dovuto dal governo statunitense, recita la sentenza redatta dal giudice distrettuale Thomas Hogan, "per aver defraudato i pellerossa per oltre un secolo dalle royalty da miliardi di dollari". Royalty che, secondo la sentenza, spettavano agli indiani, in cambio dell'utilizzo, da parte del governo federale, delle loro preziose risorse, dal petrolio, al gas naturale, ai pascoli per gli animali. Un miliardo e mezzo finirà nelle tasche di circa 300mila nativi americani, 1,9 miliardi saranno usati per ricomprare e unificare le terre tribali arbitrariamente frammentate nel corso degli anni, e altri 60 milioni di dollari finanzieranno borse di studio per studenti indiani. Una sentenza storica, dunque, ma per tracciare un quadro della loro storia recente occorre partire dal 1890, data fatidica che segna la fine delle guerre indiane. Nel giro di pochi giorni, tra l'assassinio di Toro Seduto, e il massacro di Wounded Knee, in cui perirono circa 300 indiani, per mano dell'esercito americano, tra cui molte donne e bambini indifesi, la resistenza del popolo pellerossa fu annientata.

Ma per comprendere meglio la realtà degli indiani, cerchiamo intanto di capire se hanno subito, oltre alla conquista delle loro terre, da parte dell'uomo bianco, anche un vero e proprio genocidio. La risposta di Alessandro Michelucci, del Centro di Documentazione dei popoli minacciati di Firenze:

E' chiaro che siamo abituati a definire il genocidio sulla base di quello nazista contro gli ebrei, per cui si può parlare in tal senso quando è effettuato da un'unica generazione di persone, consumato nel giro di pochi anni e con i resposabili facilmente identificabili. Qui, il fenomeno è diverso, intanto perchè la resistenza indiana è durata secoli, e si è intrecciata a mutamneti di "direzione", a politiche diverse, insomma, siamo davanti ad una situazione più "variata ed accidentata".

E comunque, soltanto nel 1924, oltre 30 anni dopo il massacro di Wounded Knee, il Congresso americano ha riconosciuto gli indiani come cittadini americani. Che progressi si sono registrati da allora ai nostri giorni?

Per esempio, ci sono state figure isolate, ma che si sono battute per cambiare le cose. Certo, per certi versi, l'unico che davvero deve essere ricordato come sincero difensore dei diritti dei pellerossa è John Collier, commissario agli Affari Indiani sotto la presidenza Roosevelt, dal 1933 al 1945. Riuscì, in particolare, a chiudere molti "convitti", una vera piaga...erano infatti scuole in cui venivano introdotti a forza bambini indiani ed eschimesi, letteralmente strappati alle famiglie d'origine. Qui, intere generazioni, vestite all'europea, convertite al Cristianesimo, educate sulla base di una visione della storia distorta, e proibite all'uso della loro lingua, furono soggette ad un vero e proprio genocidio culturale!

Oltre a questo, grazie a Collier il territorio indiano aumento dell'8% in quegli anni...

E' vero, ma poi il suo mandato finì. Però, negli anni della seconda guerra mondiale molti indiani si arruolarono volontariamente. Ebbero anche un certo rilievo, grazie al film "Windtalkers", in cui si evidenzia il ruolo degli indiani per codificare i messaggi segreti così da impedirne la decodifica da parte dei giapponesi. Un fatto utile, anche se poi, in tanti film sulla seconda guerra mondiale, gli indiani non mìcompaiono mai...

E comunque, un certo fermento organiozzativo si è nuovamente registrato tra gli indiani, in coincidenza con la grande stagione dei diritti civili americani, negli anni '60...

E tra l'altro ci furono contatti anche con le organizzazioni dei diritti civili dei neri, ma le prospettive erano diverse: mentre i neri si battevano per l'integrazione, i pellerossa si battevano per essere riconosciuti come "corpo separato", con i loro diritti ben definiti, in una parola, per la loro diversità!

L'episodio più clamoroso, sul piano mediatico, fu l'occupazione, nel 1969, dell'isola-prigione di Alcatraz!

Cui partecipò anche Marlon Brando, l'unico attore famoso di Hollywood apertamente al fianco dei pellerossa, la cui eredità, in questo senso, è stata oggi raccolta da Robert Redford. Una posizione, quella di Brando, talmente netta da rifiutare di ritirare l'Oscar per "Il padrino", nel 1973...ci mandò in sua vece, un'indiana, che poi, sul palco, lesse un discorso molto polemico redatto dallo stesso Brando.

Però, in quegli anni, non si può dire che Hollywood non manifestasse simpatia per la causa indiana, pensiamo a film come "Soldato blu", o "Il piccolo grande uomo"!

A mio parere fu una cosa molto utile anche in termini cinematografici, per rinnovare il genere western. Però, in effetti, meglio del nulla!

Sempre negli anni '70, la questione indiana si è internazionalizzata, è nato infatti il "Consiglio internazionale dei trattati indiani", che si proponeva di dare dignità giuridica alla lotta per il rispetto dei trattati. Furono anni di grande fermento...

E' importante rilevare come, nel 1977, sia arrivato anche l'interesse da parte dell'Onu, dopo decenni di apatia! In quell'anno, infatti, le Nazioni Unite organizzarono un importante convegno, a Ginevra, proprio sulla discriminazione degli indigeni nelle Americhe. Questo segnò l'inizio di un notevole attivismo, sfociato, anzitutto, nel 2002, nel Gruppo di Lavoro Stabile al Palazzo di Vetro...

Poi, nel settembre del 2007 è stata approvata, sempre in ambito Onu, la Dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni, con ben 143 voti a favore e solo 4 contrari, di Canada, Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda! Ma qual'è oggi la situazione culturale?

La crisi, in questo campo, c'è sempre, e si può rilevare dal perdurare del vecchio fenomeno dell'alcolismo, cui si è sovrapposto quello della droga, e quello, più interno, di cui si parla poco, della violenza domestica ai danni delle donne.

Ultimamente poi, si è parlato della recente fortuna accumulata da alcuni popoli indiani grazie ai casinò e al gioco d'azzardo in genere...

La questione dei casinò all'interno delle riserve è stata vista come uno strumento di autodeterminazione economica, poi, ovviamente, in molti casi ha finito per sconfinare nel malaffare.

Quanto alla dimensione spiritual-religiosa, un tempo erano animisti...

Lo sciamanesimo sopravvive, sotto le insegne della Chiesa nativa d'America, cui sono seguite altre chiese, nella logica di molti popoli indigeni, di un sincretismo per cui la propria identità è mantenuta ma al tempo stesso camuffata, sotto le spoglie di uno pseudo-cristianesimo...

E a livello linguistico?

Negli ultimi anni ci sono state molte iniziative, specie a livello accademico. In prima fila la Fondazione delle lingue minacciate, con sede a Londra.

Che ha rivitalizzato, in parte, la situazione, ma come vede il futuro di questo popolo?

Io lo vedo abbastanza simile al presente. Ci sono indiani più o meno integrati, inseriti nella scuola o nelle università, che dovrebbero fungere da traino per i fratelli meno fortunati, ma questo non succede spesso...spesso preferiscono dormire sugli allori, arricchirsi e pensare solo a sè stessi.

Fabrizio Noli

Il Mondo di Annibale