I tibetani e le sovrastrutture

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Il binomio etnico-religioso, a livello di criticita', trova, forse, la sua espressione anche mediatica piu' forte quando si affronta il problema tibetano. Parliamo di un'etnia forte di circa 5 milioni e mezzo di unita', dunque una delle piu' cospicue, sul piano nuemrico, in Cina, ma, soprattutto, parliamo di una realta' lacerata dall'invasione cinese del 1950 che ha posto fine ad una sorta di "Vaticano buddhista" sui monti himalayani. Protagonista assoluto, cui sono stati dedicati fiumi di saggi, articoli, film (7 anni in Tibet, 1997), e' il Dalai Lama, tutt'ora la voce piu' ascoltata e rappresentativa del suo popolo, oltre che personaggio di indubbio carisma. E' proprio di oggi pomeriggio la notizia che il parlamento tibetano in esilio ha accolto all'unanimita' il ritiro politico dello stesso Dalai Lama, che peraltro, ormai 75enne, da tempo aveva preannunciato la sua intenzione di rinunciare al suo ruolo politico. Ma collocare nella giusta luce la questione etnica tibetana non e' facile. Occorre cioe', liberarsi di certe "sovrastrutture" occidentali e cominciare a guardare le cose con un'ottica piu' conforme alla realta'. Lo suggerisce Stefano Cammelli, responsabile del sito Polonews, il cui obiettivo dichiarato e' raccontare la Cina e i territori da essa controllati, solo sulla base di fonti interne, come suggerisce lo stesso Cammelli, "raccontarla dai cinesi ai cinesi"....

Il problema e' molto complesso: Il fatto e' che sul Tibet, e, piu' in generale sulle minoranze etniche in Cina vengono dette e scritte molte cose importanti, ma anche molte inesattezze. In primo luogo, la Cina non e' uno stato etnico! La Cina vede se stessa come luogo di composizione dei conflitti tra persone diverse, il luogo dove i cittadini, che non sono eguali, hanno pero' eguali diritti e doveri, da far valere e da far rispettare. E' un tipo di modello istituzionale che non prevede distinzioni di razze o di colore, e questo e' alla base del dramma tibetano. I tibetani, a loro volta, hanno capito come ribaltare la questione, creando un problema etnico, ma il vero problema e' la mancanza di democrazia in Cina, che, se vogliamo, e' infinitamente piu' grave!

Cerchiamo pero' di conoscere meglio l'etnia tibetana. Secondo alcuni antropologi sarebbero addirittura imparentati con gli indiani Hopi dell'Arizona. Fatto sta che sono diversissimi dai cinesi, almeno sul piano delle caratteristiche fisiche...

Questo sicuramente, ma, ahime', sul piano linguistico non esiste ne' il cinese ne' il tibetano, ma un'unica radice sino-tibetana. Linguisticamente le due popolazioni sono a dir poco affini. Vede, tra il VI e l'VIII secolo Dopo Cristo, le reciproche avversita' tra cinesi e tibetani spinsero questi ultimi in braccio alla cultura filosofica, medica, spirituale indiana. Ma fu una scelta a freddo, politica. Una parte dell'Asia interna scelse di rivolgersi verso l'India, ma questo pose le basi per ulteriori problemi politici. Perche' quando il Dalai Lama parla di Tibet, non si sa con esattezza a cosa si riferisca, in termini di confini geografici. Questo per il fattoche la religione che si professa in Tibet, il buddhismo lamaista, figlio dell'assorbimento della cultura indiana, e' condiviso anche dalla Mongolia, dalla Manciuria e dalla Corea, quasi a formare una sorta di cintura dell'Asia interna a premere sulla Cina Han. Gia' questo, dal punto di vista del leader tibetano, potrebbe rendere quanto mai complicato anche individuare i confini del Tibet!

Fatto sta, comunque, che fino al 1950, sull'Himalaya c'e' stata una sorta di teocrazia buddhista, che abbracciava comunque un'area maggiore di quella occupata dall'attuale regione autonoma cinese.

Non c'e' dubbio: il Tibet, allora, occupava un'area almeno doppia, rispetto a quella attuale, ma farei attenzione al discorso sulla teocrazia, nel senso che il Tibet dialogava costantemente con il governo cinese da centinaia di anni. Fin dai tempi di Kubilay Khan, il nipote di Gengis Khan di cui parla Marco Polo, i monaci tibetani accettarono di diventare classe dirigente dell'Impero Cinese. Se vogliamo, la complessita' del problema tibetano la si puo' misurare con grande precisione dai monumenti tibetani presenti a Pechino, e non sono pochi, mentre, viceversa, a Lhasa, la capitale del Tibet, non esistono monumenti cinesi. Addirittura, quello che a Pechino viene chiamato il Tempio dei Lama, fu dimora imperiale sotto Yongzheng, tra il 1720 e il 1732, padre di Quianlong, forse il piu' grande imperatore cinese. Non e' una vittima chi riceve un regalo del genere! Poi, per carita', i tibetani hanno subito angherie a non finire, patito innumerevoli sofferenze, niente da dire, ma tutto questo va collegato soprattutto alla nascita della Cina comunista. Dal 1950 e' rimasto un conflitto di fondo, tipico degli stati "staliniani", tra centro e periferia. Il problema tibetano si inserisce in questo braccio di ferro, anche perche' la Cina, in questo campo, non ha certo fatto progressi.

Dunque un dramma, quello tibetano, da collocare in un contesto cinese, per poter essere compreso appieno. Ma quale sara' il futuro del popolo del Tibet?Rischia di essere fagocitato dall'afflusso della popolazione han nella regione?

Assolutamente no, e per due ordini di ragioni: in primo luogo, tutto cio' che e' il sapere tibetano i cinesi l'hanno, per cosi' dire, "sfilato" al Dalai Lama, per consegnarlo alle loro biblioteche e universita'. In secondo luogo, quella che sembrava la battaglia piu' facile, lo spostamento di popolazione cinese in Tibet, e il conseguente diluirsi dell'etnia locale, non sta funzionando. I cinesi non ne vogliono sapere di vivere in un altipiano desertico a 4000 metri d'altezza: per loro e' il peggiore degli incubi! L'idea, poi, di sposare una tibetana o di mangiare tibetano, e' la quintessenza della sgradevolezza, per un han. Insomma, ci sono frontiere metnali invalicabili. Dopo due sole settimane di permanenza a Lhasa, un cinese vuole solo una cosa: tornare indietro a casa!

Fabrizio Noli

Il Mondo di Annibale