Indignarsi non basta

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Dopo essermi appassionato per Indignatevi! di Stéphane Hessel (Add editore, 2011, pp. 64, € 5,00), la lettura di questo piccolo pamphlet contenente una breve, ma significativa, intervista a Pietro Ingrao, mi ha profondamente fatto riflettere.

Ciò che afferma Ingrao, diversamente da quanto può apparire dal titolo e anche da qualche passaggio a commento, non costituisce assolutamente una smentita a Hessel, ma ne è il naturale complemento. Se dice che indignarsi non basta, è perchè «bisogna costruire una relazione condivisa, attiva», e aggiunge «valuto molto più forte il rischio che i sentimenti dell'indignazione e della speranza restino, come tali, inefficaci, in mancanza di una lettura del mondo e di una adeguata pratica politica che dia loro corpo».

Si pone cioè il problema del passaggio, comunque irrinunciabile, dall'indignazione e dalla responsabilità individuale all'agire collettivo, necessario per una reale trasformazione della società. Ben consapevole che «la grande, difficile, sfida è come tenere insieme la forza e vitalità di un soggetto plurale con la ricchezza e varietà dell'essere umano. Con la sua polimorfa concretezza e interiore libertà» (e qui accenna a come tale aspetto sia stato un limite profondo del movimento comunista).

E' un tema, questo, che dovrebbe essere molto sentito e oggetto di riflessione in un momento in cui vi è una grave crisi della rappresentanza e gli strumenti storici in cui questa si traduceva, i partiti politici, vengono messi fortemente in discussione.

Non a caso, Ingrao, afferma: «Viviamo da tempo il profondo declino della forma partito e, di conseguenza, soffriamo una lesione, un guasto della democrazia rappresentativa. La domanda di liberazione dai partit non solo è diffusa, al punto da esprimere il senso comune, ma è divenuta un potente elemento della stessa azione politica. Ne esce sfigurato lo straordinario rapporto tra masse e politica che si realizzò nel secolo scorso e, per molti di noi, non solo rimescolò tanti aspetti della vita, ma divenne dominante, una sorta di generale coinvolgimento. Con la diffusione dell'agire politico, gli elettori diventavano attori, appunto. Gli iscritti non si litivano all'adesione, ma si organizzavano attorno a un progetto - piccolo ogrande che fosse - e ai modi per realizzarlo. Questo ha sorretto e motivato il ruolo dei partiti, dei sindacati, delle associalioni e dei movimenti. E' questa esperienza - che fu così intensa in italia - che oggi è dimenticata».

E ancora, «E' bene misurare le conseguenze che il deperimento dei partiti ha comportato sui soggetti, sui luoghi e sui modi delle scelte che ci riguardano tutti. La decadenza della forma partito e il suo pervertirsi hanno agito, restringendone drasticamente i margini, sulla capacità di dialogo e di ascolto; sul confronto fra culture; sulla possibilità di influenza reciproca; sulla trasparenza nei rapporti tra governati e governanti. Insomma sulla formazione dello spirito pubblico. [...] Non si può sottovalutare il prezzo che questo comporta, primo fra tutti la diretta e determinante presa sulle scelte dei poteri economici e finanziari. Essi intervengono potentemente nella sfera politica e nel governo del Paese, incidono nella mercificazione delle vite, ben oltre la sfera del produrre».

«Vedo prevalere una critica morale alla degenerazione dei partiti, alla corruzione e all'affarismo del ceto politico. Ne condivido le ragioni e l'asprezza. Ma l'indignazione non dà conto delle modificazioni sostanziali. La mera denuncia, in qualche modo, le occulta».

Un libro da leggere!

Pier

Indignarsi non basta (Aliberti editore, 2011, pp. 63, € 5,00)