Studio Nens: Iva evasa, ecco come recuperare 60 miliardi

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In questi giorni si parla molto di riforma del mercato del lavoro, riforma incentrata fondamentalmente su una maggiore flessibilità - che, per altro già esite, ricordo che dai dati OCSE (strictness of employment protection) più recenti, l'Italia ha un indice di flessibilità dell'1,77, al di sotto della media mondiale del 2,11 e della Germania o dei paesi del nord Europa, del 3,0; tradotto: è più facile licenziare in Italia che in Germania - che sarebbe bilanciata da un'estensione degli ammortizzatori sociali.

Di per se, la proposta, da un punto di vista della logica, potrebbe essere anche accettabile. Si scontra, però, come messo in evidenza da molti, con una estrema scarsità di fondi. La legge di stabilità parla chiaro, anche un'eventuale destinazione di 1,5 miliardi per nuovi ammortizzatori, questi sarebbero del tutto insufficienti a garantire un reale sostegno del reddito e, conseguentemente, a far ripartire l'economia sulla base di una ripresa della domanda interna.

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L’insostenibile leggerezza della Germania

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Un'attenta analisi dell'amico Riccardo Achilli che, volentieri, condivido.

Pier

Il fondamento della dottrina di politica economica tedesca, nella tempesta di questa crisi, è riassumibile nei due grafici che seguono. Il primo riguarda il saldo commerciale della Germania con l'area euro, il secondo con il resto del mondo fuori dall'euro. Come è possibile vedere, se il saldo commerciale intra-euro peggiora progressivamente, fino a diventare negativo (per via della contrazione della domanda dei Paesi euromediterranei sottoposti ad austerità) quello con il resto del mondo migliora. La politica economica tedesca, sin dagli anni pre-crisi del Governo Schroeder, ha prodotto un contenimento della crescita dei costi, insieme a forti investimenti di sistema mirati ad accrescere la produttività totale dei fattori. Con la conseguenza che, se la Germania, insieme ad un gruppo di Paesi nordici fortemente integrato al suo interno, ha una tendenza a contenere l'andamento del CLUP, cioè del costo del lavoro rispetto alla produttività, allora i Paesi dell'euro ad alto debito, pubblico o bancario, ed a basso potenziale di crescita, sono costretti a seguire questa tendenza, che comporta una politica deflazionistica, per avvicinarsi ai trend tedeschi di CLUP, pena uno spiazzamento competitivo in un'area dove non esiste uno schermo valutario a difenderli dalla bassa competitività: spiazzamento che produrrebbe inevitabilmente un ingente e sfavorevole processo di redistribuzione dei capitali e degli investimenti, ed una caduta di competitività internazionale tale da spingerli fuori da tale area (ma nessuna economia a basso potenziale di crescita ed a alto debito, checché ne pensino frange ultraminoritarie, è in grado di pagare il costo economico e politico connesso con l'uscita dall'euro. Tale ipotesi può essere trattata solo come piano B in caso di assoluta impossibilità di cambiare la direzione disastrosa delle politiche europee nel prossimo futuro, un po' come i due protagonisti di quel famoso film americano, l'Inferno di Cristallo, che per evitare la morte sicura da combustione si buttano giù da un grattacielo, comunque con la quasi certezza di sfracellarsi).

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Sulla crisi pesano i debiti delle banche

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Il 20 luglio la Camera ha approvato il "Patto fiscale", trattato Ue che impone di ridurre il debito pubblico al 60% del Pil in vent'anni. Comporterà per l'Italia una riduzione del debito di una cinquantina di miliardi l'anno, dal 2013 al 2032.Una cifra mostruosa che lascia aperte due sole possibilità: o il patto non viene rispettato, o condanna il Paese a una generazione di povertà.

Approvando senza un minimo di discussione il testo la maggioranza parlamentare ha però fatto anche di peggio. Ha impresso il sigillo della massima istituzione della democrazia a una interpretazione del tutto errata della crisi iniziata nel 2007. Quella della vulgata che vede le sue cause nell'eccesso di spesa dello Stato, soprattutto della spesa sociale. In realtà le cause della crisi sono da ricercarsi nel sistema finanziario, cosa di cui nessuno dubitava sino agli inizi del 2010. Da quel momento in poi ha avuto inizio l'operazione che un analista tedesco ha definito il più grande successo di relazioni pubbliche di tutti i tempi: la crisi nata dalle banche è stata mascherata da crisi del debito pubblico.

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L'interpretazione della crescita secondo i padroni dell'Europa

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Introduzione

Sarebbe ingenuo non dire che, dalla vittoria elettorale di Hollande, e dalla dura sconfitta della Merkel in un land strategico per l'economia tedesca come il Nord Reno-Vestfalia, l'asse strategico degli euro-funzionari del Capitale finanziario posti alla guida dei diversi Stati europei non sia cambiato, sia pur di una misura appena percettibile.

Nel suo recente outlook (16 maggio) su una delle più disastrate economie dell'area euro, ovvero l'Italia, il FMI cambia un pochino il registro, rispetto alla consueta litania basata sui principi del Washington Consensus (lotta all'inflazione, rigore di bilancio, privatizzazioni, riforme del mercato del lavoro e dei servizi, taglio della spesa per ridurre la pressione fiscale, ecc.). Intendiamoci: il registro cambia di pochissimo, intanto perché il FMI esalta il macello sociale compiuto dal Governo-Monti, sparando una previsione di incremento di 6 punti del PIL legata ai presunti effetti della riforma-Fornero e del pacchetto-liberalizzazioni. Ovviamente è troppo chiedere la metodologia con cui il FMI ha ideato questa fantastica crescita previsionale, ma basta ricordare agli analisti del FMI che:

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A proposito di indice di Gini

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Secondo il World Factobook 2009, questa è la rappresentazione del coefficiente di Gini rispetto alla distribuzione del reddito nei vari paesi del mondo.

Italia 0.30 - 0.34

Svezia 0.23 – 0.25

Germania 0.25 - 0.29

USA  0.30 - 0.34

 

I paesi più virtuosi sono quelli scandinavi, mentre il Sudafrica, con un coefficiente maggiore di 0,6, appare come uno stato con un divario reddituale fortemente esasperato. A titolo di nota metodologica, per i paesi molto estesi il coefficiente di Gini può non essere preciso, quindi i valori degli Stati Uniti e della Cina sono da leggersi con cautela.

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La crisi ideologica del capitalismo occidentale

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Solo qualche anno fa, un'influente ideologia – che sosteneva il libero mercato senza vincoli – portò il mondo alla rovina. Anche nel suo periodo di massimo splendore, cioè dall'inizio degli anni 80 fino al 2007, il capitalismo deregolamentato in stile americano portò enorme benessere materiale solamente alle persone più facoltose dei paesi ricchi del mondo. In realtà, durante la supremazia trentennale di questa ideologia, la maggior parte degli americani ha visto i propri redditi ridursi o stagnarsi anno dopo anno.

La crescita della produzione negli Stati Uniti non è andata di pari passo con la sostenibilità economica. Con un'enorme fetta del reddito nazionale americano riservato a pochi eletti, la crescita poteva persistere solamente puntando su consumi sostenuti da una montagna di debiti.

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