Si chiama libertà ma è capitalismo

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«I confini della libertà economica»: è questo il tema intrigante e ambivalente del Festival dell’Economia di Trento che si chiude domani. Dove la parola-chiave sembra appunto «confini» (fisici, etici, culturali): importante ieri ma ancor più oggi, dopo quest’ultima crisi (ancora in corso) provocata da una corrotta idea di libertà economica che ha aperto le porte alla speculazione e ai disastri attuali. Portando allo stesso tempo il capitalismo a conquistare un’egemonia (in senso gramsciano) ormai globale. E apparentemente inattaccabile. Ma cos’è questo neoliberismo imperante da trent’anni? Il termine e seguiamo l’analisi critica dell’inglese David Harvey in L’enigma del capitale si riferisce «ad un progetto di classe mascherato da una buona dose di retorica sulle libertà individuali, responsabilità personale e virtù della privatizzazione, del libero mercato e del libero scambio», progetto che ha legittimato politiche «mirate a ristabilire e a consolidare il potere della classe capitalista».

Delocalizzazioni, deregolamentazione, privatizzazioni, indebolimento e divisione del sindacato, ma anche rete e (aggiungiamo) società del divertimento: il «partito di Wall Street» ha conquistato il potere. Producendo quello che Harvey chiama il «connubio stato-finanza»: un’istituzione feudale «zeppa di intrighi e di passaggi segreti che esercita un potere totalmente antidemocratico». Che fare? Il capitalismo sopravviverà anche a questa crisi? I nuovi movimenti antagonisti nati magari fuori dalle fabbriche, tra i nuovi «indigenti» e i tanti «espropriati» saranno l’alternativa possibile e necessaria per modificare le «pratiche» economiche dominanti? E’ pensabile un «nuovo comunismo»? Oppure l’egemonia capitalista ha prodotto ormai irreversibilmente una società egoista, incattivita, iper-competitiva?

Già, la competitività. Una sorta di pandemia «che non risparmia non solo nessuna impresa, ma anche nessuna istituzione e nessun essere umano» scrive Luciano Gallino nella “Introduzione” a I paradossi della società competitiva di Alessandro Casiccia. Paradossi, perché la competizione tra i poveri e tra i lavoratori non esclude l’oligopolio per i ricchi. Perché questo suo essere un imperativo categorico dell’economia sta uccidendo ogni forma di socialità. Mentre dovrebbe essere evidente che la competizione è concetto ambivalente, che ha significati e usi diversi. Che non può essere usato indifferentemente per una scuola o un’impresa (e invece lo facciamo ogni giorno). Urgente sarebbe allora trovare dei criteri per stabilire se sia meglio il mercato o l’aiuto (e quale tipo di aiuto). Su quali siano ad esempio i modi migliori per diffondere istruzione e sanità. Esther Duflo, economista dello sviluppo ha utilizzato gli «studi controllati randomizzati» e in I numeri per agire prova a definire dei criteri per verificare sul campo l’efficacia dei diversi tipi di intervento contro la povertà, testati in India, in Africa e in Messico. Criteri simili forse a quelli che dovremmo applicare anche a noi paesi ricchi. E ai modi di organizzare il lavoro.

Lavoro che resta ancora fordista in senso classico. Che diventa immateriale ma per fasce limitate dell’economia. Che si fa indipendente in forme crescenti e con grandi capacità di «migrazione virtuale» grazie alla rete. A questo ultimo tipo di lavoro dedicano un saggio Sergio Bologna e Dario Banfi: Vita da freelance. Un «lavoro indipendente postfordista» dove importanti sono ancora i confini ma quelli (assai diversi) della «mobilità» e non più del mercato. Dove si produce una mutazione antropologica nei modi di fare e di pensare e dove anche l’individualismo si trasformerebbe e produrrebbe un «salto verso la coalizione, l’unione con altri colleghi, per affrontare insieme i problemi» per «vivere meglio più che per avere successo».

Ma dove porta questa logica della coalizione? E quanto è libera o libertaria la scelta del lavoro in-dipendente? Certo, il coworking chiede oggi non solo relazioni virtuali ma ancora fisiche. E questo è offerto ad esempio dalle pratiche di community, che permetterebbero di fare rete, gruppi di interesse, legami anche se deboli. Ma bastano (chiediamo) per fare coalizione – se non sindacato, anche se diverso dal passato - per difendere ruolo e posizionamento davanti ad un mercato che sempre più individualizza, precarizza, estrae valore dagli individui?

Più convincente sembra allora la tesi che Carlo Formenti oggi uno dei più intelligenti critici della realtà della rete espone nel suo ultimo Felici e sfruttati. E che ci riporta come critica del neoliberismo applicato alla rete alle riflessioni iniziali di Harvey a proposito della lotta del capitalismo contro il lavoro e i lavoratori. Sulla scia delle riflessioni svolte nel precedente Cybersoviet, Formenti ci presenta (tornando anche a Marx) una realtà molto diversa da quella offerta dalle retoriche del lavoro in rete. Dove non vi è solo lavoro di conoscenza, ma caduta dei redditi e sfruttamento, monopoli e insieme balcanizzazione del web, indipendenza ma anche collaborazione indotta. E taylorismo.

Dunque, un libro che associa indignazione verso un’economia del gratuito che è in realtà espropriazione e privatizzazione dei saperi personali e sociali e verso i retori della wikinomics e della condivisione, verso tecnologie digitali che non ci liberano dal lavoro ma accrescono all’ennesima potenza tempi e ritmi di lavoro. Producendo lavoratori ancor più individualizzati e ancor meno dotati di coscienza collettiva, che cercano al più vie di fuga personali. Rete dove il sogno libertario di una società post-capitalista si tramuta in network non sociali ma economici. Insomma, una lettura non retorica e non ideologica del capitalismo digitale. Che appunto lega il mondo della rete di Formenti con quello finanziario di Harvey. Nel nome della «indignazione» che entrambi ci suggeriscono di tornare a gridare.

Lelio Demichelis

La Stampa