La crisi dell'eurozona e il silenzio dei socialisti

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L'articolo che propongo, a firma di Jon Bloomfield - professore della Birmingham University - e pubblicato sul Social Europe Journal, è dello scorso novembre. Da allora, poco o nulla è cambiato. Anzi, se possibile è cambiato in peggio.

L'Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democartici (S&D) - il gruppo socialista e democratico al Parlamento europeo - sulla crisi greca si è, finora, limitato ad una semplice letterina al Presidente Barroso.

Il PSE continua ad essere SOLO la somma di tanti partiti socialisti nazionali con interessi diversi e, a volte, divergenti.

Il PSOE ha perso le elezioni in Spagna, travolto dalla destra popolare e il Pasok - Moviemto Socialista Panellenico - si appresta a perderle dopo aver appoggiato la manovra lacrime e sangue voluta dalla troika EU-BCE-FMI.

L'SPD, dopo un interessante documento congiunto con i Verdi, attraverso il suo capogruppo al Bundestag, propone il commissariamento della Grecia ed è tentato dalla Große Koalition con la Merkel per il dopo elezioni.

Il PSF, su cui appuntavo forti speranze, impeganto con François Hollande nella campagna per le presidenziali francesi, dopo la presentazione di un forte programma sociale, si è astenuto, non più tardi di ieri, all'Assemblea Nazionale sull'adozione del meccanismo europeo di stabilità, rompendo, di fatto, il fronte con il resto della sinistra (si spera, frattura recuperabile).

Il PD, in Italia, per bocca del suo segretario Pier Luigi Bersani, parla di "fratelli greci" e di "vergogna per l'Europa", ma sostiene largamente il governo Monti che di quella vergogna è compartecipe (e la vuole proporre anche in Italia).

Come scrivevo altrove, se la sinistra, se i socialisti vogliono tornare a vincere in Europa, debbono farlo, come suggerisce anche l'estensore dell'articolo, INSIEME e a LIVELLO EUROPEO, devono porre mano ad una forte iniziativa politica che dica con chiarezza che PRIMA si salvano gli ESSERI UMANI e POI le banche e la finanza e debbono tornare a proporsi come interpreti degli interessi degli ultimi e degli oppressi.

Continuo a sperare che possa essere così.

Pier

Negli ultimi diciotto mesi, l'Europa è stata l'epicentro dell'attenzione economica. Il più grande più grande mercato unico mondiale si è dimostrato incapace ad affrontare le iniziali, locali e modeste difficoltà in Grecia, una delle sue economie più piccole. Le istituzioni dell'UE e suoi dirigenti politici hanno esitato mentre la crisi si trasformava in valanga. Mentre il popolo greco cercava di resistere e le proteste si diffondevano in Spagna e altrove, la risposta politica è stata sempre lenta, confusa e inchiodata all'ortodossia monetarista. In tutto questo dramma si è fatta particolarmente sentire per la sua assenza una sola voce: quella della sinistra europea. I socialisti sono rimasti in silenzio. Perché?

Alla fine degli anni '90, tredici dei quindici membri della UE avevano governi di sinistra. Molti di questi, in particolare gli inglesi, sono stati trascinati lungo la Terza Via di Clinton. Sono stati ingannati dal facile e precoce frutto della globalizzazione in seguito alla rivoluzione informatica e all'improvvisa apertura delle economie ex-socialiste di Cina, Russia e Europa Orientale ai mercati mondiali. Altri, quali i socialisti spagnoli e portoghesi, parte della sinistra italiana così come l'SPD tedesca, hanno accettato 'ortodossia neoclassica' del Trattato di Maastricht e della Banca Centrale Europea (BCE) imbarcandosi nel progetto di moneta unica

Il crollo del 2008-9 ha rivelato i limiti di questo approccio. In primo luogo, questo modello di globalizzazione finanziaria e deregolarizzata era instabile. Secondariamente, ha promosso diseguaglianze sempre più grandi. In terzo luogo, il mondo non ha seguito il sogno neo-conservatore di egemonia americana, ma ha preferito diventare sempre più multi-polare. Quarto, per esercitare il controllo su questo turbo-capitalismo, occorreva essere grandi. Il mercato unico europeo, che con l'allargamento all'Europa Centrale e a quella Orientale aveva raggiunto i 500 milioni di persone, aveva il potenziale per essere un player in questa economia globalizzata, in un senso che i singoli paesi europei non potevano avere.

I socialisti europei non ha compreso questa realtà, e cioè che, se i mercati devono essere controllati, la loro regolazione può essere fatta soltanto a livello europeo. Nel corso del 20° secolo i socialisti in Europa hanno ottenuto concessioni a livello nazionale per lavoratori e cittadini. E' stato allora che hanno forzato compromessi sugli affari ed hanno assicurato guadagni sociali per pensioni, stipendi, sanità e sicurezza sociale. Fu un accordo che i democratici cristiani accettarono dopo la seconda guerra mondiale. La globalizzazione ha rotto economicamente quella cerniera, mentre il thatcherismo ed il neoliberalismo hanno condotto un più generale assalto politico. Attualmente, in Europa, abbiamo trasformato una crisi causata dalla globalizzazione finanziaria avventata in una crisi dei bilanci dei governi e in esigenza di politiche di austerità. La sinistra europea si è fermata a bocca aperta e paralizzata nel rispondere.

Quali sono le opzioni? La prima, sostanzialmente seguita dalla sinistra spagnola, portoghese e greca al governo, è stata di accettare la ricetta neo-liberale e inaugurare un percorso di austerità. Le conseguenze sono state drammatiche: i governi socialisti si sono scontrati con le fasce più deboli della popolazione e i loro stessi sostenitori con conseguenze elettorali prevedibili. Qui, come altrove, l'acquiescenza della sinistra all'ortodossia monetarista ha aperto lo spazio politico alla destra xenofoba. La seconda opzione è quella di sostenere che il gioco è finito per l'Europa e di accettare le parole del commentatore del Guardian, Martin Kettle, che: "La destra nazionalista e dei mercati obbligazionari mondiali hanno vinto. L'internazionalismo socialista e cristiano democratico hanno perso."(Guardian 23 giugno 2011). Questo disfattismo è prevalso nei ranghi del Labour – Blue Labour così come New Labour.

Nessuna delle due opzioni ha senso per i socialisti. Dovrebbero, invece, fare ciò che tradizionalmente hanno sempre fatto: adattarsi al nuovo terreno e predisporre programmi realistici di avanzamento sociale. Sia sull'economia che sullo sviluppo, significa pensare e organizzarsi a livello europeo. La storia, in ciò, parla chiaro.

In primo luogo, la sinistra dovrebbe dichiarare chiaramente che la priorità per Europa è lo sviluppo economico, particolarmente sviluppo verde, non l'austerità. Ciò significa il rifiuto delle ortodossie di Maastricht, della BCE e della Bundesbank. Occorrerebbe, invece, un taglio immediato dei tassi d'interesse della BCE ed un attivo intervento per indebolire l'euro rispetto alle altre valute. La politica dell'euro "forte" della BCE, penalizza le economie più deboli dell'Europa meridionale rendendo le loro esportazioni molto più costose e le condizioni dei prestiti UE e FMI ancora più difficili. In secondo luogo, si dovrebbero sostenere una serie di misure per europeizzare il problema del debito. Gli ex primi ministri Amato e Verhofstadt hanno proposto un trasferimento del debito Maastricht-derivato, fino a 60 per cento del prodotto interno lordo nazionale, a un conto di addebito dell'Unione non negoziabile. I relativi tassi di interesse, quindi, sarebbero decisi, su una base più bassa ed a lungo termine, dai ministri delle finanze dell'Eurozona piuttosto che dalle agenzie di rating. Ciò rinforzerebbe i governi e porrebbe un freno agli speculatori. In terzo luogo, la BCE dovrebbe emettere le eurobond, attingendo al potenziale economico di base della valuta europea. Ciò attrarrebbe fondi dalle banche centrali delle economie emergenti e dai fondi sovrani che potrebbero essere usati per un vasto programma di investimenti verdi. In quarto luogo, la sinistra dovrebbe sostenere con forza la proposta della Commissione per una tassazione delle transazioni finanziarie – la cosiddetta "Tobin tax" – sia per frenare le speculazioni finanziarie che per aumentare significativamente le entrate per nuove iniziative a livello europeo.

Niente di tutto questo è fantascientifico. Né si richiede alcuna modifica ai trattati UE. E', semplicemente, la sola cosa che chiunque dovrebbe contemplare ora, ma richiede una sfida coerente ai mantra monetaristi delle istituzioni finanziarie tedesche e della BCE. Finora è stato lasciato agli economisti come Stiglitz, Stuart Holland e Krugmann suggerire delle alternative. Se i socialisti vogliono offrire soluzioni a livello europeo, è urgente che agiscano tutti insieme. Francois Hollande è ben posizionato nella sfidare Sarkozy in Francia. L'alleanza SPD-Verdi vince regolarmente le elezioni regionali in Germania. Ed Miliband ha segnalato una rottura storica con il neo-liberismo e Blair. Quando hanno intenzione di incontrarsi e sviscerare un programma comune per soddisfare la crisi dell'Europa?

Jon Bloomfield

Social Europe Journal