Per una sinistra libertaria e radicale. Caro Nichi, questa è l’ultima chance

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La discussione che abbiamo ospitato sugli "Altri" in questi giorni, molto ricca, con tantissimi interventi, ci dice che non sarà facile la scelta che Sel dovrà compiere in queste ore (è in corso a Roma la riunione dell'Assemblea Nazionale). Si contrappongono due linee non facilmente conciliabili. La prima è quella che ha ispirato la svolta di Nichi Vendola, e cioè l'idea che la sinistra, per rinascere, debba necessariamente attraversare un passaggio di governo. Cioè che la capacità di governare e di "mediare" anche con forze moderate e centriste – come quelle che guidano il Pd – sia il "leviatano" della sinistra moderna.

Dentro questa idea ce ne sono altre due. La prima riguarda le elezioni e il significato dello strumento elettorale, che non è più visto come lo strumento di espressione del potere "rappresentativo" ma direttamente del potere esecutivo. Dice Nichi Vendola – e ripetono molti nostri lettori d'accordo con lui – che non si va alle elezioni per essere "il miglior perdente". Cioè, in soldoni, le elezioni non servono a raccogliere voti ma a entrare nei governi. La seconda riguarda il "compromesso" ed è la riproposizione di una vecchio e solidissimo principio della tradizione comunista italiana, quello secondo il quale la capacità di compromesso e anche l'abilità nel compromesso è la sostanza dell'arte della politica. Queste idee hanno come elemento di fondo questa convinzione: la sinistra muore se non si dimostra capace di migliorare concretamente e subito le condizioni di vita del popolo, e non c'è nessuna possibilità di migliorare le condizioni del popolo senza lo strumento-governo, cioè senza usare il potere.

Qual è la mia critica? Quella essenziale (che tra qualche riga però eserciterò anche nei confronti degli avversari della svolta di Vendola) è il "vecchismo". Voglio dire: dov'è la novità rispetto al Pci, al Pds, ai Ds? Dov'è la differenza con il Pd? Forse il Pd non è nato esattamente su questi principi? Forse la necessità del compromesso non è "il" suo Dna? Forse Veltroni non si è presentato alle elezioni del 2008 esattamente sulla linea "conta solo chi vince"? Posso andare anche più indietro nel tempo: l'idea nobile di questa linea, l'idea del "migliorare" come missione, è esattamente quella che trent'anni fa sosteneva Giorgio Amendola e che portò alla nascita di quella corrente del Pci, che si chiamava migliorista, e che poi fu guidata da Napolitano e che, alla fine della sua storia, ha prodotto in Italia il governo Monti.

La seconda ragione per la quale critico la svolta è la rinuncia, che la svolta contiene, alla costruzione di una sinistra nuova, radicale e libertaria. Cioè all'anima di Sel. Questa rinuncia porta con se due conseguenze: prima, lasciare l'Italia senza opposizione di sinistra, e immaginare che il ruolo dell'opposizione sia, in fondo, secondario e quasi inutile in una democrazia "efficiente"; seconda, spezzare il tentativo di costruire una novità politica che possa costituire l'alternativa non al centrodestra ma all'"unicità del liberismo" e all'incattivimento del capitalismo. E già: l'alleanza tra Sel e il Pd non è la ripetizione dell'asse Moro-Berlinguer, e cioè il patto tra un Dc clamorosamente spostata a sinistra e un Pci fortissimo; è invece il sostegno a un Pd che – nelle parole e nei fatti – ha accettato il montismo e dunque il liberismo di destra, non per debolezza o "corruzione" ma per mancanza disperata di alternative strategiche. Voglio dire: Bersani non ha ceduto al liberismo, Bersani crede fortemente nel liberismo.

Detto tutto ciò, e scusandomi per la lunghezza, aggiungo che in molte posizioni che si oppongono alla svolta di Vendola – comprese quelle, assai interessanti, di Ugo Mattei e di Giovanni Russo Spena – trovo un limite di "vecchismo" che giudico non utile per la costruzione di una sinistra nuova. E cioè l'incapacità di indicare temi e forze nuove sulle quali costruire l'alternativa e di accettare trasversalismi che oggi vedo come essenziali a una rigenerazione della sinistra. Voglio dire che mi pare assai difficile ricostruire una sinistra che sappia misurarsi con la contemporaneità e sappia offrire un'alternativa vera all'unicità liberista, semplicemente riproponendo l'unità di vecchi partitini che trasudano idee comuniste sconfitte, o di piccoli accenni di movimenti che oggi non mostrano né forza né idee, o presentando progetti di battaglia che sono solo la riproposizione di battaglie del passato, oppure pronunciando la parola magica – Fiom – che effettivamente è l'unica forza viva e moderna che sta in campo, ma non è sufficiente.

Cari amici, cari compagni, vogliamo cominciare a pensare davvero una nuova sinistra? Vogliamo partire dalla rimozione del difetto di fondo della vecchia sinistra (e cioè l'illiberalità), vogliamo uscire dalla cella del "diritto-al-lavoro-e-basta?" Vogliamo stringere alleanze "variegate e variabili" con i femminismi, con il partito radicale di Pannella, con i liberali garantisti, con le capacità sociali dell'Idv, con il rivoltismo anche di settori di origine di destra? Oppure tutto questo ci terrorizza, destabilizza le nostre ideologie, e l'alterativa resta tra l'allearci con Bersani oppure "allargare" la Fds di marchio cossuttiano?

Ecco, penso che Sel abbia questa enorme responsabilità: se si allea con Bersani lascia cadere la speranza che questa alternativa finalmente sia spezzata. Era nata per questo Sel, o avevo capito male? Era nata per costruire una sinistra radicale e libertaria, dov'è finito questo disegno?

Piero Sansonetti

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