Destra e sinistra

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In questi giorni in cui si tende a dire che destra e sinistra non esistono più, che tutto è una melassa indistinta e che l'importante è venire incontro alle esigenze della "gente" - termine quanto mai brutto - insomma parlare alla pancia, in una sorta di soddisfazione della richiesta di panem et circenses, giorni in cui, in nome dell'onnipotente mercato, Renzi se ne frega del I Maggio e dei sempre più negletti lavoratori, in cui il PD fatica anche semplicimente a dirsi di sinistra o socialista, mi piace riproporre questi semplici concetti espressi da Norberto Bobbio in una più ampia intervista dal titolo "Che cos'è la democrazia?".

Del resto, questa è la trappola delle due destre, e di una sinistra subalterna a una di queste. Una trappola in cui siamo già caduti nei decenni scorsi e che Pierre Moscovici, in "Quale futurio per la Sinistra europea?", ben sintetizzava così: «Progressivamente la Sinistra riformista ha cessato di rappresentare una alternativa e si è limitata ad essere, agli occhi di molti elettori, un "migliore centro-destra". [...] Sintetizzando, non è apparsa in grado di rappresentare la propria base elettorale, incapace di esprimere una profonda, vera, domanda di cambiamento e, nel complesso, è apparsa eccessivamente prudente nella sua capacità di evolversi. Di conseguenza, gli elettori hanno tenuto la Sinistra lontana dal governo negli anni successivi e il periodo è stato dominato, da un punto di vista ideologico e culturale, da una destra che è apparsa rinnovarsi con successo e adattarsi al mondo moderno. La Sinistra ha mancato di creatività nella sua risposta a nuovi valori e aspirazioni a consumi di massa della società

Pier

Di fronte alla crisi delle ideologie, che certamente c'è stata in questi ultimi dieci anni, ha preso un po' il sopravvento un certo spirito di razionalizzazione della politica. In altre parole cerchiamo di razionalizzare lo stato di cose presenti "senza troppi grilli per la testa" e senza troppe fumisterie ideologiche. Però non pensa che nella politica ci debba comunque essere anche un dover essere, anche senza chiamarlo ideologia? Che si debba guardare lontano, in prospettiva storica, e non soltanto al dopodomani?

Ci dev'essere l'uno e l'altro: oggi, in una società complessa ci sono molti problemi che devono essere risolti di volta in volta. Io credo che oggi nessuna classe politica può fare a meno di questa politica contingente, di questa politica della congiuntura: però si pone certamente il problema degli scopi ultimi.

Soprattutto i partiti che si considerano di sinistra, cioè i partiti riformatori, devono avere delle mete ideali: è solo attraverso questo criterio delle mete ideali che possono esistere la libertà, l'uguaglianza, il benessere ecc.

Lei può distinguere un provvedimento di riforma da un provvedimento non di riforma. Quali sono le ragioni per cui Lei dice che una legge è una legge di riforma? Lei dice che una legge è una legge di riforma, riforma vuol dire che in qualche modo trasforma la società presente in quanto è ispirata ad un valore importante, un valore ideale non riconosciuto in quella determinata circostanza.

Io faccio l'esempio della legge che ha liberalizzato i manicomi. Noi oggi diciamo che è stata una riforma, buona o cattiva. Certamente è stata una riforma proprio perché era ispirata ad un valore fondamentale che è quello della libertà, della liberazione, della liberazione anche di coloro che nella storia dell'umanità sono stati considerati come coloro che non potevano essere liberati, che non avevano diritto di essere liberati. Quindi riconoscere a queste persone il diritto di esser liberi come gli altri, questa è una grande trasformazione. E' una trasformazione della società che si ispira ad un valore fondamentale: per questo si può dire che è una legge di riforma.

Quindi possiamo dire che non è corretto parlare di tramonto delle ideologie, ma soltanto di crisi di determinate ideologie, e che non si può fare la politica senza avere dei grandi ideali.

Non si può assolutamente. Soprattutto i partiti di sinistra si distinguono di solito dai partiti di destra e dai partiti conservatori proprio perché vogliono trasformare la società. I conservatori sono quelli che vogliono conservare quello che c'è: i partiti di sinistra vogliono trasformare. Per trasformare bisogna farlo in base a principi, in base a degli ideali che giustifichino la trasformazione: bisogna giustificare la trasformazione. La differenza fra il conservatore e il riformatore è che il conservatore non ha bisogno di giustificare la conservazione, invece colui che vuole riformare la società deve giustificare, deve giustificare perché la vuole; e non può giustificarlo se non ricorrendo a dei grandi principi: e questo è Giustizia e Libertà.

Questo vuol dire anche che l'uomo politico di sinistra deve avere delle qualità ben superiori a quelle del conservatore, il quale deve semplicemente amministrare ciò che c'è?

Be'! Non stiamo a sottilizzare su queste differenze. Io ritengo che il politico di sinistra deve essere in qualche modo ispirato da ideali, mentre il politico di destra basta che sia ispirato da interessi: ecco la differenza.


Tratto dall'intervista "Che cos'è la democrazia?" - Torino, Fondazione Einaudi, 28 febbraio 1985