Dieci anni da Genova: un piccolo bilancio

  • PDF

Anche se avete chiuso
le vostre porte sul nostro muso
la notte che le pantere
ci mordevano il sedere
lasciamoci in buonafede
massacrare sui marciapiedi
anche se ora ve ne fregate,
voi quella notte voi c'eravate.

A DIECI ANNI DAL G8 LA PICCOLA BORGHESIA (E, PIU’ IN GENERALE, TUTTI I COSIDDETTI “MODERATI”) DOVREBBERO CHIEDERE SCUSA AI RAGAZZI DI GENOVA

Dieci anni esatti sono trascorsi da una delle pagine più nere della storia della nostra giovane e gracile “Repubblica italiana”. Nel luglio del 2001, pochi giorni furono sufficienti a far consumare la più grave sospensione dei più elementari diritti civili e politici mai vista fin dai tempi della “lunga notte del ‘43”.

Attraverso una vasta rete di complicità che investì i più alti gradi dell’amministrazione statale – le cui responsabilità mai potranno delinearsi per la loro reale gravità sulle carte processuali ma i cui contorni è stato possibile ricostruire mettendo assieme con la logica i diversi pezzi di verità emersa – i cosiddetti detentori della “Pubblica sicurezza” riuscirono a mettere in atto una brutale repressione delle più “sacre libertà” costituzionali degna dei peggiori regimi latino-americani degli anni ’70, stuprando principi fondamentali posti alla base della convivenza civile collettiva, primi tra tutti quelli sanciti dall’art. 21 della nostra carta costituzionale (diritto a manifestare liberamente il proprio pensiero) e dagli articoli 24 e seguenti della stessa grundnorm, attinenti al diritto ad una giustizia equa e giusta[1].

Fu lo stesso ineffabile Massimo D’Alema, in Parlamento, a denunciare un clima da “deriva cilena” a proposito delle giornate genovesi, salvo poi disinteressarsi totalmente (al pari di tutta la sinistra politically correct) di contribuire a far comprendere cosa fosse davvero accaduto a cavallo tra la “scuola Diaz” e “Bolzaneto”.

Credo che sui libri di storia i fatti di Genova meriterebbero a pieno titolo di essere collocati tra le più importanti manifestazioni popolari fin dai tempi dell’Italia post-unitaria, come i moti del pane che fecero molti morti a Milano, nel 1898, sotto i cannoni del generale Bava Beccaris o come i “fasci siciliani” dell’ancora più lontano 1893.

Aldilà di tale accostamento storico che qualcuno potrà trovare ardito, a distanza di 10 anni da Genova mi preme evidenziare soprattutto un aspetto: le giornate del G8 del luglio 2001 hanno costituito il momento-apice dell’unico movimento politico che negli ultimi 30 anni ha saputo realmente compiere una critica lucida allo “stato di cose presente” (ipse dixit).

Pur nella sua eterogeneità e contraddittorietà, il movimento ruotante attorno al Social Forum mondiale certamente ha rappresentato, in un pianeta dominato dalla confusione e dalla menzogna, l’unica realtà contraddistinta da un sufficiente grado di consapevolezza su tutti gli elementi portanti della nostra epoca, quali ricchezza e povertà, economia e finanza, guerra e pace, debito, beni comuni, ambiente, salute, lavoro.

Se il sistema di potere che tutti ci domina e ci tiene “buoni” ha avvertito il bisogno, in quei giorni afosi di luglio 2001, di ricorrere ad una sorta di “guerra preventivaante litteram attraverso maniere repressive così forti e brutali che nessuno, nemmeno all’interno del Movimento NO GLOBAL, si sarebbe aspettato, ebbene vuol dire che quello stesso sistema di potere aveva ben compreso – forse ancor più di coloro che del Movimento facevano parte - la pericolosità che una ulteriore diffusione della consapevolezza popolare sui “problemi del mondo globale” avrebbe potuto innescare.

Un sistema di potere (ancorchè organizzato su scala planetaria, come quello attuale) non può infatti pensare di poter sopravvivere a lungo se una componente molto ampia di cittadini del mondo arriva a metterne in discussione i capisaldi essenziali: e dunque, se la consapevolezza cresce troppo, per il Potere diviene ineluttabile intervenire, tramite sofisticate operazioni di controllo delle menti, per determinare una frattura, uno iato profondo tra le avanguardie più consapevoli e la stragrande maggioranza della popolazione.

L’obiettivo scientemente e lucidamente perseguito da chi a Genova deteneva le leve del comando sulle forze dell’ordine era di “parlare a nuora perché suocera intendesse” e cioè quello di lanciare un messaggio soprattutto a chi in piazza non vi era sceso ma forse avrebbe potuto immaginare di farlo alla prima e successiva occasione utile: “statevene a casa” – ha inteso dire loro il Potere – “non interessatevi ai problemi della globalizzazione”, “non confondetevi con un manipolo di scalmanati ed esagitati portatori di orecchini, piercing e per giunta cannati”.

Non vi è lo spazio qui per poter analizzare i subdoli meccanismi di infiltrazione spesso metti in atto dalle forze di polizia e dai servizi segreti di tutto il mondo (do you remember black block?) al fine di far saltare per aria i movimenti ampi e pacifici che "danno fastidio"; né posso soffermarmi per provare a spiegare cosa è accaduto alla vasta galassia del Movimento NO GLOBAL dopo i fatti genovesi, anche perché il mio ruolo di osservatore piuttosto distaccato non mi ha permesso di cogliere da vicino e con esattezza le dinamiche interne responsabili di un certo suo eclissamento, così in Italia come in Europa. Credo tuttavia di potere affermare che, se in Europa vi è stato effettivamente un eclissamento, altrettanto non può dirsi avvenuto all’interno del continente indio-latinoamericano, indubbiamente l’area geopolitica più interessante della nostra epoca, dove le idee antiliberiste dei più insigni pensatori del Movimento NO GLOBAL, primo tra tutti Joseph Stieglitz (già Presidente della Banca Mondiale) – ma anche quelle di uomini come Eduardo Galeano, José Saramago, Riccardo Petrella, Ignacio Ramonet - sono state trapiantate dalle aule accademiche alla realtà, sino a formare contenuto e agenda politica dell’azione dei governi nazionali di importanti Paesi quali Argentina, Bolivia, Venezuela, Ecuador e altri.

In particolare per noi che oggi viviamo in una nazione allo sbando, priva di una classe dirigente (sia di “destra” che di “sinistra”) realmente all’altezza delle sfide del tempo e con un’opinione pubblica totalmente “cloroformizzata”, sarebbe importante almeno provare a tracciare un bilancio di cosa è accaduto nell’ultimo decennio e confrontarlo con le previsioni codificate dalle “menti” che ispirarono il Movimento che prese forma nel 1999 a Seattle in occasione della nota conferenza del WTO.

E’ sufficiente disporre di una minima dose di onestà intellettuale per giungere alla conclusione che gran parte delle previsioni messe per iscritto dagli studiosi e analisti che scrissero il programma del Movimento NO GLOBAL si sono puntualmente realizzate; al contempo, non occorre essere dei politologi per affermare che le idee generali nel cui nome i ragazzi di Genova marciarono e presero botte hanno trovato, dal 2001 ad oggi, più che adeguato riscontro e conferma nella realtà.

In questo decennio, la piena libertà lasciata dai governi dei Paesi del cosiddetto “occidente” alla finanza predona transazionale – messa nelle condizioni di scorrazzare da un luogo virtuale all’altro del pianeta, con la facoltà di destabilizzare intere economie semplicemente “cliccando un bottone”  - ha determinato vere e proprie catastrofi sociali, con un’intera generazione di 20-trentenni di oggi totalmente privati di diritti basilari e la cui unica certezza che li accompagnerà per il resto dei propri giorni è il fatto di non poter mai più conseguire un lavoro stabile, una prima casa di proprietà, un “salvadanaio” di risparmi ed una copertura pensionistica che difatti, a differenza dei loro genitori, quasi sicuramente non raggiungeranno.

L’apertura indiscriminata ai mercati globali è stata direttamente responsabile, dalle nostre parti, della devastazione di interi distretti industriali (alcuni di eccellenza, come quello tessile in Toscana o della meccanica in Emilia e Veneto) con conseguente disoccupazione di massa, mentre l’impostazione rigidamente monetaristica e di austerità delle politiche economiche messe in atto dai nostri governi (l’ultima cura “massacrante” dettata da FMI e BCE all’ascaro Tremonti è proprio di questi ultimi giorni) ha prodotto un lungo ciclo di paurosa recessione con conseguente impoverimento di ampie fasce della popolazione, mentre il ceto medio e la piccola borghesia hanno inesorabilmente imboccato la via della “proletarizzazione”.

A distanza di pochi anni dalla scrittura del celebre “Manifesto di Porto Alegre”, ove trovò la codificazione un dodecalogo di principi basilari atti ad affermare che davvero “un altro mondo è possibile”, si scopre che alcuni di quegli stessi principi sono oggi invocati e condivisi perfino da economisti “moderati” e da capi di governo “conservatori”; si pensi soltanto alla decisione recente della “cancelliera di ferro” Angela Merkel di vietare in più occasioni le vendite allo scoperto (cioè una delle operazioni di borsa con maggiore impatto destabilizzante sui prezzi dei prodotti e dei titoli) oppure all’idea più volte ventilata dalla stessa Merkel, così come dal guerrafondaio Sarkozy e dal nostro Tremonti, di istituire una tassa sulle grandi operazioni di speculazione finanziaria.

In conclusione, se è probabile che i movimenti giovanili del ’68 e dei successivi anni ’70 del Novecento peccavano forse di un eccesso di ideologismo e, a volte, di un certo dogmatismo condito da messianesimo, per onestà andrebbe ammesso da tutti che, viceversa, il Movimento NO GLOBAL del XXI° secolo, lungi dall’inseguire utopie irrealistiche, aveva (e forse ancora ha) una base più che razionale e pragmatica di ricette non soltanto realizzabili ma la cui attuazione appare sempre più indispensabile per tutti, visto che oggigiorno ad essere in gioco è la sopravvivenza di alcuni miliardi di persone e finanche dello stesso nostro disgraziato pianeta.

A questo punto, i tanti “padroncini”, liberi professionisti e piccolo-borghesi di casa nostra, i quali oggi, a distanza di 10 anni, hanno visto smarrire le proprie certezze di benessere egoistico e che a suo tempo non compresero (o non vollero comprendere) le ragioni e la lungimiranza che animavano i ragazzi di Genova in quelle strade ricolme di botte, di gas lacrimogeni e di sangue e ai quali magari – stando in pantofole sul divano, guardando comodamente la TV - indirizzarono strali e contumelie, oggi dovrebbero chiedere loro scusa: in fin dei conti, i ragazzi di Genova 10 anni fa avevano marciato anche per loro.

Monopoli, 17 luglio 2011.

Giuseppe Angiuli


[1] A tal proposito, l’art. 28 Cost. così recita: “I funzionari e i dipendenti dello Stato e degli enti pubblici sono direttamente responsabili, secondo le leggi penali, civili e amministrative, degli atti compiuti in violazione di diritti. In tali casi la responsabilità civile si estende allo Stato e agli enti pubblici”. Chissà quanta reale applicazione avrà trovato tale principio nei vari processi consumatisi in questo decennio