9 maggio 1978. 33 anni fa, cento passi

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"I miei occhi giacciono in fondo al mare
nel cuore delle alghe e dei coralli.
Seduto se ne stava e silenzioso
stretto a tenaglia tra il cielo e la terra
e gli occhi fissi nell'abisso".

Peppino Impastato

In memoria di Peppino Impastato

33 anni fa Peppino Impastato moriva assassinato dalla mafia con una carica di tritolo posizionata sui binari delle linea ferroviaria Palermo Trapani. Nato in una famiglia di mafiosi e in una città di mafiosi, muore pochi giorni prima delle elezioni comunali che lo vedevano candidato nelle liste di Democrazia Proletaria e pochi giorni dopo aver realizzato una mostra fotografica in cui denunciava la devastazione del territorio ad opera di speculatori e mafiosi collusi con la politica.

Il suo percorso politico e di vita viene segnato giovanissimo dalla conoscenza di Danilo Dolci, il Gandhi italiano che in Sicilia promosse le lotte non violente contro la mafia e il sottosviluppo, fondandole sulla riscoperta della maieutica socratica. Nonostante la frequentazione con Dolci non fosse stata assidua, né regolare, Peppino coglie presto e in pieno l'esempio e l'insegnamento, tanto di Danilo Dolci quanto di Socrate.

Cento passi: una distanza incolmabile

"I cento passi" – episodio che lo vede intento a risvegliare suo fratello Giovanni, nella distanza fisica e culturale che li separava dall'abitazione del boss mafioso Tano Badalamenti e da cui è stato tratto l'omonimo film di Marco Tullio Giordana – sono la sintesi e il simbolo per eccellenza dell'influenza della scuola di Dolci. Un risveglio necessario a risolvere la distanza incolmabile tra coscienza individuale e coscienza collettiva.

Piuttosto che dispensare soluzioni e verità preconfezionate sulla vita come sulla mafia, così come avviene per un dogma o un'ideologia, Peppino come Danilo, si fa carico dell'esprienza diretta, necessaria alla presa di coscienza e al conseguente cambiamento dello stato delle cose. E' così che Peppino affronta la vita per risolvere la sottocultura dell'omertà che rende schiavi e ignoranti. Una pratica di vita dura che lo condusse prima all'isolamento, poi alla solitudine, fino alla morte, ma tanto da farne un eroe.

Per non dimenticare

L'esempio di Peppino Impastato non è stato vano e anche se il suo impegno gli è costato caro, il sacrificio di vita è stato quanto mai necessario. Dopo 20 anni di lotte giudiziarie, il 5 marzo del 2001 la Corte d'Assise ha condannato all'ergastolo in via definitiva, tra gli altri autori e mandanti dell'assassinio, il boss Gaetano Badalamenti. I beni di Badalamenti, a cominciare dalla casa, posta a cento passi di distanza da quella di Peppino, sono stati affidati al fratello Giovanni per la conduzione del Centro Peppino Impastato impegnato nella lotta alla mafia.

In questa data si commemora la memoria delle vittime della mafia e del terrorismo. Una data per non dimenticare e per continuare a lottare. Lotte che sono ancora necessarie, e non solo in Sicilia. Anche in Puglia, nella bassa murgia, lungo la via Traiana, il connubio tra speculazione edilizia e politica rischiano di compromettere irrimediabilmente il territorio e le coscienze, modelli culturali e ambiente sociale, tra ricatto e asservimento.

Ricordando Peppino Impastato, ci sarebbe da chiedersi: quanti sono i nostri passi oggi?

Giuseppe Vinci

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