Elogio di Giacomo Mancini. Il garantista che veniva dal Sud

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Non amo le celebrazioni è l'ho scritto chiaramente in questi giorni. Meglio, non amo le celebrazioni fini a se stesse. Ritengo che si celebrino molto più adeguatamente Turati, Lombardi, Nenni o altri cercando di tradurre in concreta proposta politica le loro idee, prima tra tutte quella di giustizia sociale. E' un messaggio, non solo più comprensibile, ma anche più forte per le persone. Riporto questo articolo di Caminiti apparso su gli ALTRI on-line perchè ricorda un grande personaggio della storia socialista e della sinistra italiana che, probabilmente e lo si vede anche da diversi passaggi, avrebbe condiviso e, come ha fatto, si sarebbe innanzitutto preoccupato di tradurre in cose concrete le idee piuttosto che lasciarle lì sospese. Lo pubblico, poi, perchè affronta temi importanti, anche delle ultime ore, come il garantismo, che non è essere contro la magistratura, ma pretendere una giustizia giusta ed eguale per tutti, o il tema dei movimenti e della rappresentanza.

Pier

Ci fosse ancora Giacomo Mancini, il Sud non sarebbe così disastrato com'è ora, così muto e accondiscendente com'è ora, così insignificante sul piano della politica nazionale com'è ora. Ne sono sicuro. Ci fosse ancora Giacomo, della Calabria – la regione da cui veniva – non si parlerebbe solo per via della 'ndrangheta e delle corruttele dei politici, oppure per le imprese dei magistrati e dei prefetti cui è ormai affidata l'amministrazione dei comuni. In questa crisi, che è economica ma che sta stravolgendo il nostro modo di stare al mondo, avrebbe detto, si sarebbe battuto, avrebbe parlato, si sarebbe dato da fare. Lo avrebbe fatto da sindaco o da figura nazionale, lo avrebbe fatto per quel suo carattere ostinato, lo avrebbe fatto per continuare a togliersi sassolini dalle scarpe contro i "teoremi giudiziari" per quelle vicissitudini che lo avevano infastidito negli ultimi anni, lo avrebbe fatto da meridionale impastato di un orgoglio che talvolta ti deraglia, lo avrebbe fatto perché da politico di razza aveva capito che le rappresentanze dei partiti erano al capolinea e che bisognava inventare altri modi di intercettare la società civile e i movimenti. Lo avrebbe fatto perché quando l'ombra nera della spiccia soluzione giudiziaria colpì i movimenti degli anni Settanta fu praticamente l'unico a opporsi, fu praticamente il solo che continuò a difendere l'onore dell'università di Arcavacata e dei suoi docenti e studenti – che lì tra lezioni, occupazioni, spazi rivendicati, lotte hanno imparato che la democrazia non è una grazia concessa ma si conquista giorno dopo giorno, per tanti calabresi, per tanti meridionali, una rivoluzione, la prima rivoluzione –, e venne in carcere a trovare gli arrestati senza timore. Me lo ricordo, arrivare un giorno a Rebibbia e sedersi nel camerone con tutti noi, i reprobi del governo d'emergenza nazionale, i nemici del compromesso storico, a parlare di politica, di come ci si potesse tirare fuori da quella spirale orribile tra Brigate rosse e Stato che stava stritolando ogni opposizione sociale. Lì, immaginò una candidatura alle elezioni, lì disse: «Sarebbe come per Andrea Costa», e che poi fu la candidatura e l'elezione al parlamento di Toni Negri con i radicali. Lo avrebbe fatto da socialista. Di quelli che non ce ne sono più, che erano dell'altro secolo. O forse di quello prima ancora. Quando l'appellativo indicava fierezza. Giacomo era una storia intera.

Giacomo era figura controversa come poche, uomo degli asfalti, di quell'orrore e di quella storia che è l'autostrada del Sud, uomo del cemento, uomo degli affari, uomo del palazzo e di molti suoi segreti – e per questo mi sono battuto contro di lui –, ma anche politico sconfitto, isolato, emarginato, perseguito, e pure ostinatamente abbarbicato al suo "regno locale", pronto a risalire, a battersi, a rivincere, a costruire alleanze, a rimescolare le carte per fare questo. Pronto a qualsiasi strumentalità ma anche di sicura lealtà. Venne a trovarmi, dopo il carcere, una sera piovosa d'inverno, con il suo bastone e il suo loden, a casa a Nicotera dove scontavo gli arresti domiciliari, accompagnato da Salvatore, a non farmi sentire come un lupo rintanato: e per questo gli diedi la mia amicizia. Politico di appalti, di disastri ambientali, ma anche uomo di riforme durature, di cambiamenti strutturali, di quelli che segnano per sempre un luogo, un territorio, una cultura. Una politica con cui dissentire, a cui opporsi, in cui trovare propri spazi da allargare, talvolta da sostenere. Una politica miserabile e una politica alta, tenute insieme. Un gigante.

Ci fosse ancora Giacomo, i cronisti e i commentatori avrebbero più materia per i loro pezzi, ammesso ne abbiano poi voglia. E mettiamoli i piedi nel piatto: c'è un pensiero dell'emergenza della lotta alla 'ndrangheta e di quel cruciale snodo che è l'attività politica sul territorio che ha fatto scuola, di più, giurisprudenza; c'è un'intera generazione di magistrati e di prefetti che su quelle sentenze, su quei dispositivi, su quelle ordinanze, su quei mandati di cattura, su quegli interrogatori, su quei processi ha costruito il proprio sapere, ha studiato, ha conformato il proprio modo di leggere le ambiguità e le contraddizioni sociali di un territorio, di considerarle o meno ipotesi di reato. Perché stupirsi che vi sia spesso, troppo spesso, slittamento concettuale, abuso delle categorie, forzatura interpretativa, quando questo – il modo giudiziario – è l'unica categoria interpretativa per capire un territorio, una regione? Quando la politica, pavida, intimidita, si è fatta da parte? Perché stupirsi che le stesse carte vengano lette in un posto in un modo e altrimenti in un altro, se si lascia al foro interiore del singolo prefetto, del singolo magistrato la scelta di come agire? Come può pretendersi flessibilità da una "macchina" quale quella di una procura? Ci fosse ancora Giacomo, questo avrebbe ripetuto. Lo fece per anni.

Ci fosse ancora Giacomo, pur stanco e malato come negli ultimi tempi, ci proverebbe. Chissà, forse ne verrebbero fuori "strane" cose per questo paese. Cose di quelle che non ce ne sono più, che erano dell'altro secolo. O forse di quello prima ancora.

Lanfranco Caminiti

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